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Intervista a Daniela Lastri, Assessore alla Pubblica Istruzione del Comune di Firenze e coordinatrice della Consulta della Scuola dell’ANCI.
LLL: Qual è attualmente la situazione dell'EdA a Firenze?
Le attività di longlife learning del Comune di Firenze hanno una loro consolidata tradizione, da quella più lunga dei Corsi Serali Comunali, esistenti dal 1904, a quella del Centro di Formazione Professionale, nato negli anni Sessanta, a quelle, relativamente più recenti dell’Università dell’Età Libera e dei Corsi Format, nate nel 1983, alle numerose attività di formazione/ animazione culturale messe in atto dalle cinque circoscrizioni.
Gli spunti venuti, dal 1997 in poi dalla Comunità Europea, il Decreto Legislativo 112/1998 l’accordo tra governo ed autonomie locali del marzo 2000, la legge regionale 32 si sono innestate dunque su un quadro di attività già strutturato.
Quando nel 1999 ho assunto l’incarico di Assessore alla Pubblica Istruzione il primo problema che mi sono posta è stato, alla luce del succedersi di questi input, quello di ripensare questo quadro, per precisare i metodi di intervento, individuare e definire con precisione i suoi campi, migliorarne la qualità intrinseca, promuovere e favorire l’innovazione, ottimizzare l’uso delle risorse.
Questo lavoro è stato attuato in vari momenti, intrecciati tra loro cronologicamente, ma concettualmente riportabili a due assi fondamentali.
In una prima fase sono state censite e messe a confronto, le offerte formative del campo del non formale esistenti sul territorio comunale. Si è poi proceduto a mettere in rete le offerte formative di cui questo assessorato è titolare, ed a raggrupparle in un unico contenitore, l’agenzia formativa Edafirenze.
I processi per ottenere l’accreditamento dell’agenzia e per conseguire la certificazione di qualità sono stati un’occasione per fissare e rendere omogenee le procedure delle diverse attività in relazione alle metodologie, agli indicatori gestionali, ai rapporti con l’utenza.
In altre parole l’operazione ha permesso alla tecnostruttura di passare ad un cultura del lavoro per progetto, cioè ad un modo di operare basato sull’individuazione, volta per volta dei target, degli scopi, dei risultati attesi.
Strumenti e, nello stesso tempo, prodotti di questi processi sono stati la creazione di un sito internet specifico e l’impostazione di una campagna di comunicazione unica per tutte le offerte, che ne ha migliorato sensibilmente efficacia e visibilità ed ha razionalizzato, al contempo, l’uso delle risorse.
L’altro asse di azione è stato la progettazione di attività FSE in partenariato con tutti i soggetti più significativi dell’EdA territoriale.
I progetti FSE, oltre ad offrire opportunità formative ai cittadini ed a consentire sperimentazioni trasferibili, hanno avuto il merito di creare una feconda contaminazione tra culture operative diverse e fino ad allora non comunicanti e di costruire una condivisione dei linguaggi nei campi delle competenze di base e delle competenze di cittadinanza.
Queste due linee di azione si sono poi intersecate con la necessità di risolvere le problematiche della governance territoriale.
La soluzione adottata, in base all’accordo Stato Regioni del marzo 2000, era stata quella della costituzione del Comitato Locale, ma la sua difficile sostenibilità, soprattutto per alcuni comuni ed alcune aree, ha suggerito alla Regione Toscana di indicare , con il Piano di Indirizzo Generale Integrato del 2003/04, il passaggio delle prerogative di programmazione e di indirizzo alle Conferenza di Zona, in un quadro di inserimento delle programmazioni e degli indirizzi EdA tra i temi più generali di sviluppo del territorio.
Va detto che questa soluzione, teoricamente più sostenibile, si è scontrata con un limite culturale, vale a dire la difficoltà di considerare il lifelong learning come prerequisito e vera e propria priorità per lo sviluppo territoriale.
Nella stessa fase, databile dal 2004 in poi, il drastico taglio di conferimenti di risorse agli Enti Locali da parte del governo centrale ha di fatto portato ad un progressivo spostarsi dell’attenzione degli amministratori su emergenze diverse.
Ciò ha fatto sì che il grande fervore di iniziative degli anni precedenti ed il grande dibattito conseguente, nonostante le ripetute raccomandazioni da parte della Comunità Europea, sia andato progressivamente calando.
Anche il Comune di Firenze ha risentito di questo contesto di minori risorse a disposizione e di minor attenzione generale alle problematiche del lifelong learning.
Ci sono state quindi difficoltà a mantenere, con gli stessi livelli di qualità, la stessa offerta formativa finanziata da questo assessorato.
La stessa partecipazione a bandi del FSE, ha spostato il suo accento dalla ricerca di modelli innovativi e di costruzione di reti alla possibilità di offrire attività formative gratuite alle fasce sociali deboli con la minor incidenza possibile sui bilanci dell’ente.
In estrema sintesi possiamo dire che l’EdA ha vissuto una fase ascendente fino al 2004, fase che ha sedimentato tra i cittadini una vera e propria cultura del lifelong learning ed una conseguente maggior domanda di partecipazione alle iniziative e, nell’ente pubblico, una cultura operativa più aperta al lavoro per progetti, alle collaborazioni di rete, all’ascolto del territorio, all’assunzione di procedure più agili.
La fase dal 2004 ad oggi è caratterizzata dunque da un contesto di maggior difficoltà, sia dal punto di vista del clima politico che dell’effettiva disponibilità di risorse.
Tutto questo, però, non ha, al momento, messo in discussione radicalmente i risultati ottenuti.
Ha, se mai, teso ad orientare il campo del non formale come percorso, in cui i temi fondamentale della cittadinanza attiva, dell’integrazione sociale, dell’occupabilità vanno visti in un’ottica di percorsi pre-professionalizzanti, finalizzati ad incentivare il rientro in un circuito di formazione di cittadini più esposti, per condizioni sociali, culturali, di genere, di età, di provenienza al rischio di esclusione.
LLL :Rispetto a questa situazione quali possono essere le linee d’azione per il futuro?
Esiste, e voglio ribadirlo con grande forza, un problema di risorse.
Non si può pensare di costruire un sistema efficiente di lifelong learning se non vi sono investimenti.
Bisogna battere la cultura diffusa per la quale l’educazione degli adulti è un lusso, salvo poi accorgersi che siamo il paese europeo con la minor percentuale di adulti in formazione, di diplomati, di laureati e che i livelli di competenze di literacy e numeracy sono bassissimi.
L’educazione e la formazione lungo tutto l’arco della vita non sono un lusso, sono una necessità. Una necessità tanto più impellente in quanto si tratta, come ci dice il Consiglio d’Europa, di investire sulla risorsa più preziosa che abbiamo, sui nostri cittadini.
E’ solo questo che può consentirci di recuperare competitività economica, di mantenere la coesione delle nostre società, di costruire integrazione, di creare sviluppo.
Del resto è provato che l’investimento tecnologico ha maggior successo ed in tempi più rapidi in presenza di una disponibilità all’innovazione che solo la formazione può creare.
E’ un problema che dobbiamo porre e porci con forza, a tutti i livelli.
Esiste poi il problema di superare una concezione di costruzione delle reti, o se vogliamo, dei sistemi territoriali, basate solo sulle volontà politiche e sui conseguenti accordi istituzionali.
Questi aspetti sono importantissimi, ma sono legati a soggettività, a contesti, ad un clima generale. Io credo che un sistema sia efficiente solo se ha al centro i bisogni, le scelte, i tempi del cittadino.
Allora penso che il problema del sistema, o sarebbe più corretto dire dell’integrazione tra i sistemi del non formale, della formazione professionale, dell’istruzione, debba essere posto in modo diverso.
Abbiamo sistema, rete vera, se ai cittadini è consentito di circolare liberamente, con propri percorsi ed in base alle proprie esigenze, con i propri tempi, con la valorizzazione di tutte le proprie esperienze di vita e di lavoro, tra moduli di formazione professionale, percorsi di istruzione, attività del non formale. Magari nell’ambito di un quadro certo di standard, magari con figure di raccordo identificate (sto pensando a quanto i Centri per l’impiego potrebbero essere nodi fondamentali del sistema) che orientino e garantiscano rispetto ai contesti ed agli obiettivi.
In questo senso il lavoro della Regione Toscana per varare dal 2009 il nuovo Sistema Regionale della Competenze, con i suoi meccanismi di riconoscimento e valorizzazione delle competenze acquisite in tutti i contesti è un primo, importante elemento di quadro, che ha avuto, tra l’altro, il pregio di scelte nette, che mettono fine alla babele dei linguaggi sul tema delle competenze.
Non a caso è in base alle indicazioni di fondo che emergono da questo quadro che, come Comune di Firenze stiamo attuando una sperimentazione per far sì che le competenze acquisite in contesti non formali siano riconosciute, attraverso la fissazione di obiettivi formativi condivisi e di standard minimi di percorso, nel sistema dell’istruzione superiore.
E’ infatti in atto, grazie ad un protocollo di intesa con l’Istituto Superiore di Istruzione Tecnica e Scientifica di Stato Russell Newton di Scandicci, una progetto affinché dichiarazioni di apprendimento del non formale possano essere assunte non solo come crediti, ma come veri e propri “titoli intermedi” spendibili per rientrare nel sistema istruzione.
Credo che un’ esperienza di questo genere, unica a livello nazionale, sia un esempio di come un cittadino possa entrare in un percorso formativo, costruendoselo in base ai suoi bisogni ed ai suoi tempi e capitalizzando tutti i suoi apprendimenti e che davvero prefiguri una via possibile per garantire concretamente il diritto ad apprendere lungo tutto l’arco della vita.
LLL : Con quale ruolo e con quali proposte concrete possono agire gli Enti Locali?
Qui la mia risposta non può che riassumere quanto dicevo prima.
Credo che le linee di fondo per costruire un futuro dell’EdA siano: certezza di risorse da investire, governance territoriale basata su un principio di prossimità e quindi con al centro le istituzioni del governo locale, ma con un coinvolgimento effettivo di tutte le espressioni della società civile, dalle organizzazioni sindacali e datoriali alle agenzie formative, alle scuole, all’università, a tutto quel mondo dell’associazionismo e del volontariato che, anche al di là della propria mission specifica, si occupa di formazione ed educazione ed è comunque un’importante antenna per la lettura dei bisogni e, allo stesso tempo, un tramite per incentivare il rientro in formazione dei pubblici svantaggiati.
Ma tutto questo deve essere ancorato saldamente ad un quadro che, fissando standard minimi di percorso e di competenze, consenta la comunicazione tra sottosistemi e la capitalizzazione di tutti gli apprendimenti realizzati in qualsiasi contesto: su questo, ripeto, la Regione Toscana ha fatto passi importantissimi, strutturando il proprio sistema delle competenze e predisponendolo a “dialogare” con i sistemi europei.
Si tratterebbe ora di lavorare per creare un sistema delle competenze a livello nazionale, sapendo che, anche grazie all’esperienza della Regione Toscana, non partiamo da zero.
LLL: Quali i punti di forza e di debolezza della proposta di legge presentata dal Ministero della Pubblica Istruzione nella legislatura appena conclusa?
Come ANCI abbiamo raccolto in un documento ufficiale le nostre osservazioni e quindi rimando a quelle per un ragionamento più puntuale che qui sarebbe lungo fare.
Qualche motivo di perplessità da parte mia voglio comunque sottolinearlo.
Il primo è costituito dal fatto che il disegno di legge non parte dal riconoscimento del diritto individuale all’apprendimento lungo tutto il corso della vita.
Quindi non ricomprende tutto l’insieme dei processi e dei diversi contesti di apprendimento. Inoltre non prevede uno stanziamento di risorse specificamente dedicate al lifelong learning.
E ancora: è positivo che si preveda la convalida degli apprendimenti acquisiti in contesti non formali , ma affinché questo principio si concretizzi va costruito una quadro di riferimento nazionale per il riconoscimento delle competenze, anche attraverso un percorso di concertazione e negoziazione che tenga conto di quanto è in sperimentazione o è già disposto in alcune regioni.
In conclusione, pur ritenendo positiva l’iniziativa del governo e la sottolineatura della distanza che separa il nostro Paese dagli obiettivi posti dalla Comunità Europea sulla percentuale di popolazione adulta in formazione, non credo che, anche alla luce del fatto che oggi abbiamo un altro governo ed un parlamento rinnovato, il disegno di legge possa oggi essere considerato nulla di più che un pro-memoria che indica temi e percorsi possibili.
LLL :Se dovesse costruire un'agenda di priorità, quali ne sarebbero i punti salienti?
A livello nazionale, senz’altro una legge quadro per l’EdA sarebbe utile, purché individuasse risorse e fonti di finanziamento certe e si ispirasse, per ciò che riguarda la governance territoriale, ad un principio di prossimità che, nell’ambito di standard nazionali condivisi sia per quanto riguarda i percorsi che la certificazione delle competenze, ribadisse il ruolo istituzionale fondamentale per le Regioni e per gli Enti Locali in modo da valorizzare e rendere stabili le esperienze più significative e più legate ai bisogni locali.
Da questo punto di vista, proprio per raccordare senza forzature sistemi diversi sia per oggetto che per specificità dei contesti territoriali, sarebbe auspicabile un percorso fortemente partecipato che avrebbe, nel momento stesso in cui si realizza, anche la valenza di porre con forza il problema e le tematiche del lifelong learning all’attenzione dei decisori politici e della stessa opinione pubblica.
A livello locale non voglio ripetermi riguardo a concetti che ho già espresso in precedenza.
Dico semplicemente che la mia priorità politica è di portare avanti, in tutte le sedi possibili, la battaglia ideale e culturale perché educazione e formazione degli adulti non vengano considerati un lusso, ma un investimento necessario per lo sviluppo territoriale, sia dal punto di vista quantitativo che dal punto di vista del rafforzamento di un tessuto sociale coeso, fatto di lavoro, di regole condivise, di inclusione, di diritti di cittadinanza.
Deriva da questo la mia intenzione di continuare a lavorare, in questo scorcio di legislatura, perché, partendo dai livelli qualitativi e quantitativi raggiunti in questi anni si possa continuare a valorizzare le iniziative di cui l’assessorato è titolare, attraverso idee e progetti innovativi ed attraverso l’ estensione, il consolidamento e la formalizzazione dei rapporti di rete tra attività del non formale, formazione professionale ed istruzione.