INDICE
L’approccio biografico, cioè l’interesse per le storie di vita, la raccolta, tramite interviste, di resoconti biografici (o autobiografici), è prima di tutto un metodo della ricerca sociale di orientamento qualitativo. Si basa sulla convinzione che, per conoscere veramente una realtà sociale, come ad es l’immigrazione, o la tossicodipendenza, o il lavoro precario, o la condizione giovanile, non ci si può limitare a raccogliere dati statistici, documenti ufficiali, rapporti dei servizi sociali, o altro, e neppure è sufficiente fare una ricerca mediante questionari. Bisogna avere una conoscenza diretta di queste realtà, e non basta neppure “andare a vedere”, bisogna stabilire rapporti con le persone, cercare di capire la loro esperienza, i loro punti di vista, il modo come vivono e interpretano la loro situazione. L’intervista di tipo biografico permette di accedere al vissuto delle persone e di capire come si è costruito il loro attuale punto di vista, in una dimensione diacronica. I processi sociali non possono essere davvero compresi se si prescinde dall’elemento soggettivo, da come le persone costruiscono i loro percorsi.
C’è poi un orientamento generale, nel qualitativo, espresso dalla formula: “è meglio conoscere molto di pochi, piuttosto che poco di molti” (come avviene quando si applicano questionari a un gran numero di soggetti). Conoscere poco di molti significa avere, di una certa realtà sociale, una conoscenza in generale; ma avere una conoscenza in generale, senza conoscere nulla in particolare, significa non sapere nulla di preciso, di concreto (è la fallacy of abstractionism). Invece dall’approfondimento del caso particolare, dalla conoscenza dell’individuale, si può capire molto, e ricavare una problematica di carattere generale. Questa opzione è valida, naturalmente, se riteniamo che i processi sociali, che sono fenomeni collettivi (come l’immigrazione) si capiscono solo se si individualizzano, se si presentano attraverso una pluralità di percorsi individuali, che ne mettono in luce tutta la complessità. Il ricercatore di orientamento qualitativo deve avere questa capacità di mettere in rapporto processi sociali e percorsi individuali.
La ricerca di tipo biografico è molto coinvolgente, sia per chi svolge la ricerca sia per il soggetto che viene intervistato. Molte esperienze dimostrano che, quando la situazione di intervista sollecita una autentica riflessione autobiografica, il soggetto ha la sensazione, alla fine, di averne ricavato qualcosa, a livello personale, una chiarificazione sul suo percorso, una messa a fuoco su aspetti a cui forse non aveva mai pensato. La riflessione, o ricostruzione autobiografica, può avere insomma, anche quando l’obiettivo è un altro (un obiettivo solo conoscitivo, di ricerca), un effetto trasformativo, per il soggetto.
Sulle ragioni per cui la riflessione autobiografica, soprattutto in determinate condizioni, può avere un effetto trasformativo, si potrebbero dire molte cose. La riflessività, in generale, è fondamentale, sia in corso d’azione che post factum, per capire come procedere, sia in una singola attività che più in generale nel proprio percorso personale e professionale. Comprende quelle capacità metacognitive, di controllo, valutazione, ecc., di cui c’è assoluto bisogno per orientarsi. Ma la riflessione autobiografica, sul proprio percorso complessivo o su parti significative di questo, è qualcosa di più. Ha una valenza trasformativa proprio perchè fa riemergere momenti o aspetti non più attuali, messi da parte; permette di stabilire nuove relazioni tra aspetti distanti, remoti, nello spazio mentale; riporta al centro dell’attenzione interessi lasciati cadere, fa intravvedere nuove connessioni, nuove coerenze.
In una concezione sistemica del Sé si capisce il possibile effetto evolutivo della riflessione autobiografica: proprio perchè lo sviluppo del soggetto non è unitario e globale, ma segue diverse linee, quando su una linea, p. es. di specializzazione professionale, non c’è più evoluzione, ritrovare e riprendere altre linee di sviluppo significa rimettere in moto la capacità evolutiva.
Duccio Demetrio ha parlato di esprienza di alterità nella riflessione autobiografica: quando aspetti di sé che fanno parte del passato (personale o professionale) vengono rivisitati, riattualizzati, si scopre una sorta di alteritànell’io; siamo sempre gli stessi, ma in certe cose non ci riconosciamo più. È come se si trattasse di un altro, eppure questa alterità fa parte di noi. Rendersene conto significa avere una visione di sé meno puntuale, meno legata al qui e ora, più relativa e anche più fluida, con più potenzialità di cambiamento. La possibilità di recuperare parti di sé apparentemente cancellate, facendo in modo che operino in qualche modo sul nostro essere attuale, incide anche sulla tensione che c’è sempre tra l’identità percepita (che noi ci attribuiamo, corrispondente alla nostra autopercezione) e l’identità che ci viene attribuita socialmente. Il recupero di un’identità che ha una dimensione diacronica (un’identità narrativa) offre le risorse per “reggere” questa tensione e possibilmente risolverla.
Date queste potenzialità “autopoietiche”, il metodo biografico trova la sua utilizzazione nella formazione, nell’orientamento, nel riconoscimento e sviluppo delle competenze, quando si vogliono promuovere cambiamenti significativi, effetti evolutivi.
Come modalità didattica, l’approccio biografico si può considerare un prolungamento o un approfondimento di quello che è considerato uno dei metodi più validi, nell’educazione degli adulti, quello che favorisce un apprendimento esperienziale (experiential learning), nel senso che chiede ai partecipanti di descrivere (o narrare) le loro esperienze, e porta poi a una riflessione critica sulle esperienze stesse.
Le modalità poi possono essere molto diverse, nelle diverse situazioni. Nell’educazione cosiddetta di base degli adulti (come i rientri scolastici, i corsi che si tengono presso i ctp, ma anche tante iniziative rivolte a giovani con difficoltà di inserimento, a lavoratori a bassa qualifica a rischio di esclusione, e altri pubblici sfavoriti), dove il primo obiettivo è motivare, portare i corsisti a partecipare attivamente, quindi a prendere la parola sugli argomenti di cui si parla, si punta sulla valorizzazione delle esperienze, perchè le esperienze personali sono quel patrimonio, a partire dal quale è possibile per il singolo la presa di parola. Il problema che ci si pone è naturalmente anche revisione critica delle esperienze. Infatti l’obiettivo fondamentale, in queste attività formative, non è tanto la quantità di nozioni che possono essere trasmesse, quanto piuttosto la modifica di certi schemi mentali, frutto di esperienze ripetute, che si rivelano inadeguati. Perciò il metodo esperienziale, almeno inteso così, si collega a un altro approccio importante nella letteratura adultista, il metodo trasformativo.
Nella formazione continua, quando ci si rivolge a un gruppo professionale omogeneo, che si tratti di tecnici di una grande azienda, o di operatori di servizi sociali, si chiede ai partecipanti di descrivere la loro attività lavorativa, raccontare casi, le strategie seguite, i problemi affrontati; poi si riflette sui modi migliori di procedere, si trovano le soluzioni, che poi si applicano nella pratica. E’ l’apprendimento esperienziale descritto da Kolb o da Le Boterf : un circolo, le cui fasi sono l’esperienza (da cui si parte), la riflessione sull’esperienza, la concettualizzazione, le ipotesi di applicazione, la nuova esperienza.
Il metodo funziona benissimo, p. es., con operatori di un servizio sociale, impegnati nella relazione d’aiuto: si comincia con i racconti di esperienze personali, in genere casi di successo o insuccesso, poi si riflette su come sono stati affrontati, e il contributo dell’esperto consiste nell’offrire nuovi criteri interpretativi, nuove chiavi di lettura.
Ora, se l’esperienza che viene raccontata e sulla quale si riflette è un pezzo significativo del proprio percorso di vita, possiamo parlare di approccio biografico. Nella formazione di base degli adulti far emergere i percorsi di vita dei partecipanti può essere necessario per ottenere una rimotivazione, il superamento di blocchi, una disponibilità al cambiamento. Nella formazione continua, per vari motivi si può chiedere di raccontare, al di là di singole esperienze, la propria storia professionale, che poi si intreccia con la propria storia personale. Ha cominciato Dominicé, in Svizzera, con il suo gruppo (chiamato “scuola di Ginevra”), sulla base di una considerazione critica delle tante iniziative di aggiornamento professionale e formazione continua. Queste iniziative, su temi specifici, spesso non servono a niente, perchè c’è bisogno di smuovere la situazione in profondità, uscire dalla routine, rivedere le ragioni della propria scelta professionale, ritrovare le motivazioni; bisogna ritrovare la voglia di cambiare, di riprendere un percorso, che è sempre personale e professionale insieme. E per ottenere questo la riflessione autobiografica è fondamentale.
Tornando agli operatori di un servizio sociale, impegnati nella relazione d’aiuto (le helping professions), a volte non basta riflettere su singoli casi di successo o insuccesso; quando ci sono situazioni di demotivazione, di frustrazione per la scarsità dei risultati che si ottengono, ripiegamento nella routine, c’è bisogno di andare oltre. Devono emergere le motivazioni iniziali, le aspettative, le delusioni, il sovraccarico emotivo, in alcuni casi il vero e proprio burn out, la conclusione che “non si risolve nulla” se non cambiano condizioni esterne sulle quali non si è in grado di intervenire. Riflettendo su tutto questo, rivedendo il proprio percorso e reinterpretandolo, confrontandosi con i percorsi di altri, si può ottenere una nuova partenza, la disponibilità a impegnarsi in nuovi progetti.
Ci sono poi tante “tecniche” per favorire il lavoro di ricostruzione e interpretazione autobiografica in situazioni di formazione. Ad esempio, si usa il confronto nel gruppo, perchè, per chi espone la propria storia, le domande di chiarimento da parte degli altri sono importanti per una succesiva elaborazione; chi ascolta il racconto di un altro, mette a punto certi schemi di lettura di un percorso biografico, detti biografemi (come l’importanza attribuita ai momenti si svolta, le scelte, la conquista di autonomia, le fratture e il recupero di una continuità), schemi che poi applica a se stesso.
L’approccio autobiografico, nel contesto formativo, è tutt’altro che un invito al soggettivismo; anzi, si basa sull’ipotesi che proprio nella relazione, in un contesto dialogico, si riesce a ricostruire il proprio percorso, a interpretarlo, a ricavarne le risorse necessarie per rinnovarsi, per guardare avanti. Come hanno detto Pineau e le Grand a proposito dei modelli di ricerca, quello “dialogico”, in cui c’è un confronto sull’enunciato, tra il soggetto che racconta e un interlocutore (l’esperto), un lavoro comune, è la condizione migliore perchè si produca un sapere.
Alberici (a cura), Educazione in età adulta, Armando, Roma, 2000.
Demetrio D., Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé, RaffaelloCortina, Milano, 1996.
Demetrio D., L’età adulta, NIS, Roma, 1990.
Dominicé P., L’histoire de vie comme processus de formation, L’Harmattan, Paris, 1990.
Dominicé P., Learning from our lives, Josey-Bass, San Francisco, 2000.
Cassani E. C., A. Fontana, L’autobiografia in azienda, Guerini, Milano, 2000.
Formenti L., La formazione autobiografica, Guerini, Milano, 1998.
Kolb D. A., Experiential learning, Prentice-Hall, Englewood Cliffs, NJ, 1984.
Le Boterf G., Construire les compétences individuelles et collectives, Editions
d’Organisation, Paris, 2000.
Levinson D.J., The seasons of a man’s life, A. Knopf, New York, 1978.
Lichtner M., Esperienze vissute e costruzione del sapere. Le storie di vita nella ricerca
sociale, FrancoAngeli, Milano-Roma, 2008.
Pineau G., Le Grand J-L., Le storie di vita, Guerini, Milano, 2003.
Schön D.A., Il professionista riflessivo, Dedalo, Bari, 1993.