INDICE
La società informatizzata obbliga la pedagogia qualitativa a percorrere sentieri alternativi più vicini ai cambiamenti umani e sociali, dove centrale è la “cura” dell’identità.
In questa prospettiva la scrittura sul blog diventa un’opportunità e una tecnologia di apprendimento del sé e dell’altro che trascende i confini della formazione formale. Le auto-blog-grafie (autobiografie nel weblog) sperimentano sé alternativi, complessi, frammentari, che riflettono l’immagine dell’adulto contemporaneo sempre più ipertestuale.
Sembra tutto virtuale, eppure tutto nasce e ci riporta al sé che da primitivo e originario diventa digitale. Si trasforma, si conforma, si deforma e si riforma e attraverso questo processo di crescita prende consapevolezza del suo essere adulto.
The computerized society obliges the pedagogy qualitative alternative to go along paths that are closest to human and social changes, where central is the "care" identity. In this perspective the writing on the blog becomes an opportunity and a learning technology of the self and half the story that transcends the borders of formal training.
The auto-blog-graphies (Autobiographies in weblog) experience itself alternative, complex, fragmentary, which reflect the image of contemporary adult increasingly hypertext. It seems all virtual, yet everything starts up and brings us to itself that from primordial and original becomes digital.
It is transformed, conforms, deformed and it is reformed and through the process of growth takes awareness of to be adult.
‹‹Il blog è “il mio spazio interiore”... “lo specchio in cui mi vedo riflesso”, la mia collezione di fotografie...i miei ricordi...il mio senso di libertà. La maschera che preferisco indossare quando sono in rete…il mio piccolo laboratorio personale[...] è un modo per comunicare ME, quello che mi sento di essere in quel momento, quello che vorrei che gli altri pensassero di me, quello che gli altri mi dicono di essere ma che io non mi riconosco, quello che non sono e che mi piace fare finta di essere…Essere, essere, essere... Il mio blog sono IO››.1
La normativa europea relativa alla formazione lungo tutto l’arco della vita si concentra principalmente su due punti: l’innovazione tecnologica e il primato del soggetto. Il Programma d'azione comunitaria nel campo dell'apprendimento permanente (Lifelong Learning Programme 2007-2013) dedica una specifica azione allo sviluppo di contenuti e soluzioni pedagogiche basati sulle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione, considerate fattore di cambiamento e di innovazione educativa e sociale (attività chiave 3).
D’altronde già nel marzo del 2000 i ministri europei, convocati a Lisbona in occasione del Consiglio, hanno invitato i governi ad accelerare il processo di alfabetizzazione tecnologica,
ponendosi l’ambizioso obiettivo di realizzare entro il 2010 un’economia basata sulla conoscenza ‹‹più competitiva e dinamica del mondo››.2
Il ricorso alle tecnologie digitali capovolge i paradigmi educativi delle esperienze di istruzione tradizionali, ponendo al centro dell’attività il soggetto in formazione/tras-formazione, e non più l’offerta.
L’attenzione ai percorsi identitari è, dunque, connessa al concetto di innovazione, in quanto implica la sperimentazione dell’io, nel tentativo di superare problematicità, conflitti e contraddizioni.
In un’Europa che punta sulla risorsa uomo per affrontare il presente e il futuro, rinnovamento vuol dire crescita, ri-progettazione del sé in un gioco aperto, mai finito di forme e “forma-azioni”.
In questo orizzonte la sfida per l’Educazione degli Adulti, chiamata in causa per prima, non consiste semplicemente nella necessità di progettare e implementare interventi finalizzati ad affrontare la dimensione funzionale ed emancipativa del mercato economico-lavorativo (comunque da perseguire), ma nel complesso compito di definire e rendere operativamente accessibili strategie e tecniche formative in grado di fornire ai soggetti possibilità, capacità, mezzi per proiettarsi nel futuro.
La pratica pedagogica del narrarsi costituisce un modo per ri-costruire l’identità personale e per dare un senso all’esperienza. Raccogliersi in se stessi nel tentativo di ricomporre schegge del proprio vissuto costituisce un modo per isolarsi dalla frenesia dell’agire, per ritagliarsi un “cantuccio”, per fermare per un attimo il tempo e recuperare il senso di ciò che si è e si fa.
La precarietà esistenziale e materiale può divenire, per l’adulto, un’opportunità nuova se la si legge con una prospettiva critico-riflessiva che tiene conto del cambio dei tempi.
Viviamo nella Repubblica Elettronica, nella democrazia del cyberspazio dove l’informatizzazione inarrestabile è entrata prepotentemente nel quotidiano dell’individuo.
La società dell’ ‹‹umana tecnologia intellettuale›› come la definiva Daniel Bell nel 1973 ha restituito il primato al soggetto, protagonista indiscusso sul piano personale e sociale valorizzando ai massimi livelli il capitale umano. Dall’altra parte, però, i fenomeni globalizzanti più che favorire il processo di centramento del soggetto nei diversi ambiti di vita hanno portato ad estremi risvolti la crisi dell’io.
L’individuo è sempre più alla deriva, sradicato dalle sue vecchie certezze nella frenetica ricerca di un ri-radicamento in un altrove di cui è ancora alla ricerca.
Nella società individualizzata così perfettamente descritta da Bauman la wesen è sempre meno l’essere e sempre più l’erratico poter essere, nuova conditio esistenziale dell’individuo nomade, progetto non definito, possibilità che può ancora essere.
La dimensione educativa dell’esperienza autobiografica, in quanto valore strategico della formazione, richiede, dunque, una nuova collocazione nella riflessione epistemologica e nell’agire pedagogico al tempo di Internet. Le autobiografie, così faticosamente prodotte sulla carta, diventano nel web auto-blog-grafie, frutto di dita più o meno esperte che si raccontano con meno paura, perché filtrate da uno schermo che protegge e a volte inganna.
Spodestate le certezze individuali, tra crisi d’ansia, angosce spersonalizzanti e autoesaltazioni, nascono nei blog vite fantasma, firmate solo con un nickname, frammenti di esistenze incomplete, strappate ad un momento senza titolo. L’io, da ontologico e metodologico, si fa esistenziale, diventa coscienza, si raccoglie nell’esperienza vissuta, caricato di un narcisismo che è resistenza e malattia, riconoscimento e rattrappimento ad un tempo.
La società digitale ha prodotto uomini liberi di creare se stessi3 ma, contrariamente al passato, le identità di cui si va alla ricerca sono quelle che possono essere “indossate e poi scartate come un abito”, come un blog attivato e poi disattivato. È la globalizzazione della memoria4, in cui l’io si costruisce intorno ad un ricordo, che però si può cancellare con un click. Alla ricerca di un “contatto”, di una connessione, viviamo nello spazio infinito del web, conosciamo infinite dimensioni identitarie. Con estrema facilità ci celiamo dietro un nickname, una maschera, di cui ci sbarazziamo o che sostituiamo all’occorrenza. Le memorie collettive si fanno memorie individuali, in cui il soggetto incarna la propria identità e che finisce per definire il luogo del senso e il senso del luogo solo nella metanarrazione.
Le auto-blog-grafie, apparentemente senza luogo e senza tempo, come lumache senza guscio, vivono nel browser, la grande memoria ipertestuale, unica cartografia di un mondo senza territori, senza distanze, senza paesaggi se non quelli dell’anima.
‹‹Ci sono dei blog meravigliosi che non sono solo diari ma veri e propri luoghi di scrittura, colmi di poesia e di emozione...ora, quando mi succedono delle cose o anche quando sono in giro penso a come tutto potrebbe diventare il contenuto di un post... nel mio caso è un flusso di coscienza…perché è la mia quotidianità vista da dentro››.5
Tra il reale e il virtuale c’è una porta: l’io autentico con le sue fragilità e le sue nevrosi.
L’age of learning richiede nuovi saperi e nuove competenze, fonti di inedite opportunità, ma anche di nuove forme di esclusioni sociali. Il weblog rivela un tessuto multiverso di esperienze sfilacciate, disperse, contraddittorie, ma che riflette in fondo l’io di oggi, dismorfico, complesso, frammentario.
La pratica tradizionale dell’autobiografia è legata al ritorno al centro del soggetto che nel suo travaglio individuale post moderno tenta di interrogarsi su se stesso e sulla sua identità nella speranza di darsi un’interpretazione di senso in una pagina bianca.
Nelle auto-blog-grafie il soggetto continua ad essere al centro, al centro della rete, come soggetto e oggetto allo stesso tempo. È lui che crea e si crea, condivide e si condivide, cancella e si cancella, aggiunge e si aggiunge. Chi scrive su un blog non è mai solo, come invece accade per chi scrive un diario cartaceo. Le storie “bloccate” nello spazio virtuale, nonostante siano impregnate di relazione, “intossicate” dal magma della rete, riescono a dare vita, comunque, a percorsi narrativi creativi e originali, perché tali sono le esistenze. Il paradigma di fondo è, dunque, lo stesso, cambiano i punti di riferimento.
‹‹Scrivo perché voglio essere apprezzato per quello che scrivo, se nessuno lo leggesse non lo scriverei...
scrivo solo per me, non mi interessa di chi potrebbe leggere quello che scrivo e faccio di tutto per conservare i confini di questo spazio tutto mio. Il blog in tutte le sue forme e in tutte le sue sfaccettature, permette a molte persone di confrontare il loro vero sé con quello di altri››.6
Si diventa costruendosi insieme alla community, ognuno può contribuire a delineare una rappresentazione di sé e dell’altro.
L’auto-blog-grafia non conosce la parola fine, è costantemente in fieri e i blogger per un io sono sempre tanti e partecipano tutti attraverso un gioco di percezioni e sensibilità.
L’esserci si espande, e talvolta non è più sufficiente una pagina bianca per contenere un io sempre più ipertestuale e iper-attivo.
Il bisogno autobiografico, insito nell’uomo, diventa nelle auto-blog-grafie sguardo analitico tridimensionale, capace di elaborarsi e ri-elaborarsi in immagini inedite.
Questa nuova esigenza di progettarsi nel tempo attraverso il tempo virtuale e nello spazio attraverso lo spazio virtuale richiede una pedagogia qualitativa che tenga conto di nuovi metadispositivi della narrazione come “cura di sé” e come requisito psicologico-etico-antropologico.
Valorizzare le auto-blog-grafie come risorsa formativa e tecnologica del sé nell’orizzonte del lifelong learning vuol dire riflettere concretamente sul soggetto oggi, sul suo stesso statuto aperto e precario, riformare l’approccio ermeneutico ed educativo, contestualizzandolo con possibili percorsi di ricerca alternativi. Prendere in considerazione la possibilità dell’esistenza di codici narrativi “non convenzionali” che affiancano e travalicano la dimensione del pensiero razionale/tradizionale significa restituire al soggetto nuovi strumenti per entrare in contatto con il proprio io, con gli altri, con il mondo, sulla scia di una rinnovata percezione e comprensione di sé. Quando lo spazio cambia sono necessari altri mappamondi.
Le auto-blog-grafie, possibili chiavi d’accesso al significato recondito del sé e delle sue emozioni, fatte di tempo, di scritture, di relazioni rappresentano la nuova frontiera dell’educazione, che propone uno straordinario ed innovativo modo di sentire, di vivere, di apprendere, di formarsi e di trasformarsi attraverso le potenzialità dell’informale.
Anche in assenza di finalità formative esplicite le auto-blog-grafie costituiscono una pratica apprenditiva nel processo di costruzione e ri-costruzione di sé e della realtà, che valorizza l’aspetto non convenzionale della formazione, poco prevedibile, oggettivabile e quantificabile, ma non per questo casuale e poco significativo.
I luoghi della blogosfera rappresentano e ripercorrono esistenze, esperienze che rivelano potenzialità autoformative. Scrivere le proprie emozioni, condividere in rete i ricordi, raccontarsi non è dunque solo una moda dei tempi, ma una prassi sempre più consolidata e in costante crescita, che nasconde percorsi identitari complessi, che si realizzano in modalità asincrone, mediati e disturbati da fattori emotivi più o meno percettibili, ma che accendono i riflettori sulle luci e sulle ombre dell’essere adulto.
‹‹Non entro mai qui dentro. Oramai è come una vecchia sala abbandonata. Mi ci raccolgo qualche secondo oggi, tanto nessuno verrà a disturbare. Ci sono cose che non si possono dire, perché il mondo è troppo stupido per ascoltarle in silenzio››.7
Le auto-blog-grafie non vanno lette come banali esibizioni del proprio essere, ma come nuove ‹‹identità narrative in rete››.8 Sono un micro-universo colmo di contraddizioni, luoghi dove l’io si incontra, aprendo i lucchetti del cuore, spalancando il sipario sul mondo esperienziale, rivelando contesti privati. La scrittura virtuale si fa strumento interpretativo di conoscenza dell’umano sentire e diventa ancora una volta una modalità di crescere e diventare adulti attraverso la condivisione di storie, frammenti più o meno importanti che raccontano universi di esperienze.
I post nei blog, come i sassolini della favola di Pollicino, disseminano tracce in rete, con la speranza un giorno di poter percorrere a ritroso il proprio percorso di vita, per non dimenticare, per cogliere il senso del proprio andare.
‹‹Mi piace il blog perché in qualche modo, è la mia storia. Un giorno rileggerò il mio blog e capirò come è cambiata la mia vita...››.9
La parola digitata sullo schermo diventa un laboratorio di rappresentazione del sé realizzato in un contesto di una cultura dell’ “usa e getta”, o meglio del “clicca e scappa”. L’ecosistema del weblog si trasforma in una foresta di sollecitazioni, dietro cui nascondersi anche solo per un attimo, per interrompere la propria vita e sperimentarne un’altra, oppure per guardarsi meglio dentro, un modo come un altro di inventarsi, di raccontarsi una storia, di credere che quella storia sia la propria, uno ‹‹sfogo di pensieri illogici e logici, carichi in ogni caso di emozioni››.10
Maria Ermelinda De Carlo
Mary Catherine Bateson, Comporre una vita, Milano, Feltrinelli, 1992.
Zygmunt Bauman, La società individualizzata, Bologna, Il Mulino, 2002.
Ulrich Beck, La società cosmopolita. Prospettive dell’epoca post-nazionale, Bologna, Il Mulino, 2003.
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Cristiana Cardinali, L’altro senza volto. Lo schermo degli affetti in Internet, Bologna, Kappa, 2008.
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Duccio Demetrio, Raccontarsi. L'autobiografia come cura di sé, Milano, Cortina, 1996.
Guido Di Fraia, Blog-grafie. Identità narrative in rete, Milano, Guerini e Associati, 2007.
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Formazione e narrazione, a cura di Cesare Kaneklin, Giuseppe Scaratti, Milano, Cortina, 1998.
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Jean J. Rousseau, Discorso sulle scienze e sulle arti, Bari, Laterza, 1994.
Angelo Semeraro, Altre aurore: la metacomunicazione nei contesti di relazione, Lecce, Liberrimi, 2002.
1 http://bloggrafie.splinder.com
2 ISFOL, E-learning e web 2.0: una dimensione sociale dell'apprendimento virtuale, Roma, 2009
3 si pensi alla ‹‹capacità autotrasformativa›› in Jean J. Rousseau, Discorso sulle scienze e sulle arti, Bari, Laterza, 1994
4 cfr. Ulrich Beck, La società cosmopolita. Prospettive dell’epoca post-nazionale, Bologna, Il Mulino, 2003
5 Bloggrafie, cit.
6 Bloggrafie, cit.
7 http://talentosprecato.il cannocchiale.com
8 cfr. Guido Di Fraia, Blog-grafie. Identità narrative in rete, Milano, Guerini e Associati, 2007
9 Bloggrafie, cit.
10 Ibidem