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Nel titolo di questo nuovo saggio di Walter Rinaldi è già dichiarata la prima sfida teorica e interpretativa che l’autore ha scelto di affrontare e la cui importanza viene illustrata con lucidità attraverso un percorso di ricerca ricco e criticamente articolato: si tratta, in sintesi, di mettere in relazione le due categorie di formazione e postmoderno, termini e ambiti problematici che a prima vista potrebbero apparire così distanti da rendere stridente ogni tentativo di accostamento. Da un lato, infatti, nelle molte definizioni di postmoderno i concetti e le metafore ricorrenti sono quelli della mancanza di centro e di assenza di fondamento: si parla di frantumazione e di dispersione, di ibridazioni di codici, del tramonto del soggetto “forte” e “autocentrato”, della fine di ogni grande narrazione e legittimazione; dall’altro lato, invece, c’è una concezione tradizionale di formazione che sembra rinviare inesorabilmente ad un soggetto “forte”, centrato su se stesso, capace di raccogliere, possedere e organizzare in modo sistematico, compiuto e trasparente tutti i saperi su cui l’identità di un soggetto adulto dovrebbe fondarsi. Il libro di Walter Rinaldi, tuttavia, senza indulgere alla genericità, mostra come le categorie di formazione e postmoderno oggi non solo possano, ma debbano illuminarsi a vicenda.
A questa prima sfida interpretativa e teorica se ne aggiunge un’altra, dovuta al fatto che i piani su cui il libro si muove sono due: al piano della ricerca pedagogica e della filosofia della formazione, infatti, si aggiunge quello della discussione delle pratiche contemporanee della formazione, considerate sullo sfondo delle loro condizioni istituzionali e organizzative e dei vincoli che tali condizioni pongono. Nel saper tenere assieme i due piani si manifesta la competenza dell’autore, che oltre a svolgere ricerca e ad insegnare alla Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Firenze è Preside dell’Istituto Superiore Artistico di Lucca e membro della segreteria del Forum Permanente dell’Educazione degli Adulti.
Torniamo alla prima sfida e alla chiave di lettura che, al riguardo, ci viene fornita fin dall’Introduzione: il problema di chi riflette su formazione e postmoderno sarà anzitutto quello di una «pedagogia del soggetto» (p. 7), quale è richiesta giustappunto dalla «formazione nella condizione postmoderna» (ivi). Ciò significa che, facendosi carico dello scenario postmoderno nell’elaborare teoria e nel proporre pratiche, diventa inevitabile confrontarsi con chi, proprio nell’orizzonte problematico del postmoderno, ha continuato a fare riferimento ad una concezione del soggetto: a questo proposito, i termini di riferimento scelti da Rinaldi spaziano dalla concezione di «filosofia come Bildung» nel Neopragmtismo americano alla «resistenza» del soggetto-persona in Adorno; dal soggetto rinvenibile nelle ricerche della Scuola di Francoforte fino alla «cura di sé» foucaultiana e a Lyotard; da Paci fino a Derrida e alla biopolitica. In questo panorama di riferimenti, un posto di rilievo viene tuttavia riservato a Dewey (pp. 9-10), perché la sua visione della pedagogia come «scienza dell’educazione», dopo aver rinunciato a modelli metafisico-normativi e idealistici, insegna ancora oggi a fare riferimento all’esperienza e alle diverse discipline psico-sociali senza ridurre la pedagogia a mera collezione degli esiti di quelle discipline.
Per illustrare lo scenario postmoderno, ricordiamo con Rinaldi un brano di Rifkin1 , in cui l’uomo del ventunesimo secolo viene descritto come «profondamente diverso» dai suoi antenati, sempre preoccupato dell’accesso alla rete, rapido nell’adattarsi a situazioni reali o simulate e a passare attraverso di esse, desideroso di «esperienze divertenti ed eccitanti» più che di accumulare. L’accenno ai mutamenti epocali provocati nelle pratiche della comunicazione, dello scambio, dell’informazione e della formazione col diffondersi di Internet, e specialmente della sua evoluzione nota come “Web 2.0”, si intreccia con il riferimento alla «svolta storica» (p. 29) della globalizzazione e alla conseguente necessità di cogliere nuove connessioni tra le discipline (in chiave pluri-, trans- e inter-disciplinare), tra le capacità e tra i saperi (in chiave di meta-capacità e di meta-rappresentazione). Dall’analisi di Rinaldi risulta che l’orizzonte problematico del postmoderno, segnalando che i processi di soggettivazione, tra saperi e poteri, durano per tutta la vita, esige una filosofia della formazione capace di interrogarsi sul senso della «forma sui, in un processo dinamico, articolato, ricorsivo, tendenzialmente infinito, tipico della dinamica dell’esperienza umana» (p. 11). Dal libro si ricavano indicazioni per una «formazione alla critica e per la critica» (p. 12), dove la critica è capacità di riconoscere e mantenere una tensione tra la forma sui acquisita e la sua trasformazione in relazione a ciò a cui si è esposti.
Nella seconda parte del libro, dedicata più esplicitamente ai “Modelli interpretativi”, l’attenzione si concentra sulle figure di Paci, Putnam e Lyotard. Di Enzo Paci si studiano l’originale ripresa di Husserl e gli spunti sul «dinamismo formativo» della soggettività contemporanea (p. 96), l’attenzione ai concetti di esistenza, possibilità e relazione e il tema della tensione estetica, di quel telos di una forma «soggetta a tensione continua, che Paci chiama estetica e che fa sì che la ricerca della propria forma negli individui assomigli al processo di produzione dell’arte» (p. 99). Di Putnam si sottolinea la rivalutazione della ragione pratica a partire dai lavori sul realismo interno, con riferimento a Kant, al secondo Wittgenstein e al pragmatismo americano di James e Dewey, e in particolare al tema del “vedere come” e del modo di vedere e vedersi. Tanto nella rilettura di Paci e Putnam quanto in quella di Lyotard non mancano i motivi di originalità: in particolare, riguardo all’autore della “Condizione postmoderna”, Rinaldi ne considera «due scenari riflessivi» (p. 142) e, senza limitarsi all’opera più nota, fa emergere il tema della «resistenza del soggetto-persona di fronte al nichilismo moderno».
Nel complesso, il libro riesce nell’intento di evidenziare quale categoria di formazione è attuale per chi voglia pensare in modo complesso lo scenario postmoderno, spaziando tra le teorie, i modelli e le questioni legate all’organizzazione della scuola, indicando in modo convincente un possibile itinerario di approfondimento sui temi «delle meta-capacità, della meta-rappresentazione, della riflessione, dell’interpretazione, del curricolo come dialogo culturale, della scuola come luogo che esprime se e come una società ritenga una cultura “abilitante”» (p. 168).
1 Jeremy Rifkin, L’era dell’accesso, Milano, Mondadori,2001,pp. 249 e sgg.