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L’inclusione sociale dei giovani di origine straniera è una delle nuove sfide che la società italiana deve accettare e risolvere per creare una cittadinanza attiva capace di inglobare e coinvolgere tutti i cittadini, al di là delle appartenenze “etniche”. Il capitale umano, il capitale sociale e il contesto rappresentano i fattori principali che determinano i percorsi che consentono ai figli degli immigrati di raggiungere una posizione sociale più prestigiosa rispetto a quella dei genitori.
Social inclusion of young people of foreign origin is one of the new challenges that Italian society must accept and resolve to create an active citizenship that can embrace and involve all citizens, beyond the membership "ethnic." Human capital, social capital and the environment are the main factors that determine the social pathways that allow the children of immigrants to reach a more prestigious position in society than their parents.
I sociologi Stephen Castle e Mark Miller hanno definito l’epoca contemporanea come ‹‹l’età delle migrazioni››1. Questa espressione non intende indicare che il fenomeno migratorio è una scoperta o una novità del XX secolo (l’emigrazione è antica quanto la storia dell’uomo), ma vuole mettere in risalto il ruolo di primo piano svolto dai flussi migratori nella società odierna.
Attualmente circa 200 milioni2 di persone (il 3% della popolazione mondiale) vivono in un paese diverso da quello in cui sono nati. Gli stati di provenienza e di arrivo di questi flussi migratori sono così variegati e interconnessi che è diventato impossibile fornire un’unica rappresentazione grafica del fenomeno migratorio, a meno che, come sostiene Russel King3, non si voglia raffigurare una specie di piatto di spaghetti. Questi ingenti spostamenti di persone, che interessano in varia misura oramai tutti i paesi del globo, non si sviluppano esclusivamente lungo la direttrice Sud-Nord del Mondo, ma avvengono soprattutto all’interno delle aree del Sud del Mondo.
I migranti che giungono nelle metropoli occidentali sono, nella maggior parte dei casi, frutto di selezioni migratorie precedenti che si sono svolte prima all’interno del paese di origine (dalle aree rurali alle città), poi nei paesi limitrofi e infine negli stati occidentali. Questo implica che le persone che arrivano alla fine di questo percorso in Europa e nel Nord America sono i “migliori”: coloro che hanno avuto le capacità, la volontà, l’intraprendenza, il sostegno familiare, i mezzi economici per poter intraprendere con successo il lungo e faticoso cammino migratorio; come sostiene a tal proposito lo scrittore marocchino Tar Ben Jelloun: ‹‹L’immigrazione non è un pic-nic in campagna. Non è un tè che si prende tra gente bon chic- bon genre. L’immigrazione è una rottura, una lacerazione dei riferimenti della memoria essenziale, è una brutale cambiamento di esistenza. Non si lascia la propria terra, non si rinuncia facilmente alla propria cultura, non si intraprende quel viaggio per piacere. Coloro che se ne vanno sono gli stessi che non vogliono perdere la loro dignità, che non vogliono rovinare la loro vita e quella dei loro figli per l’impossibilità di procurarsi il pane e la casa. Partire è un modo di conservare la propria dignità››4.
Le grandi migrazioni del Novecento hanno interessato l’Italia in una duplice veste: sia come terra di emigrazione (26 milioni di migranti in cento anni, 1876-1976; sessanta milioni di oriundi italiani nel mondo, nel 2008 e attualmente quattro milioni di lavoratori italiani all’estero)5, sia come paese di immigrazione.
Oggi i residenti stranieri, iscritti all’anagrafe italiana, sono circa tre milioni e mezzo6, provengono, secondo le stime dell’Istat, da 198 paesi. L’alto numero di nazionalità rilevate sul territorio hanno portato alcuni studiosi a definire la società italiana una sorta di “arcipelago migratorio”7, in quanto sono presenti, con percentuali diverse, persone provenienti da quasi tutti i paesi del globo (le prime tre comunità sono la Romania, il Marocco e l’Albania, insieme riuniscono più del 40% dei migranti presenti nella penisola).
Questo fenomeno ha prodotto delle forti risonanze anche nel sistema scolastico. In questi ultimi dieci anni si sta assistendo ad un aumento vertiginoso degli alunni di origine straniera iscritti nella scuole statali e private italiane. Secondo i dati pubblicati dal Ministero della Pubblica Istruzione gli allievi di origine straniera, nell’anno scolastico 1998/1999, rappresentavano l’1,1% della popolazione studentesca (85.522 unità); oggi costituiscono, con 574.133 unità, il 6,4% dell’universo scolastico (a.s. 2007/2008). Ciò che più colpisce analizzando questi dati non è il numero in sé (in linea con la media europea), ma la crescita esponenziale del fenomeno in un tempo relativamente breve: in poco più di cinque anni il numero degli alunni stranieri si è quintuplicato, facendo registrare un aumento annuo medio di 60/70 mila unità (uno dei tassi più alti in Europa). Se l’attuale trend di crescita resterà costante, nel 2015 gli alunni di origine straniera supereranno il milione. Queste percentuali (insieme ad altri fattori: l’incremento dei ricongiungimenti familiari, la percentuale dei residenti di lunga durata, l’aumento dei matrimoni misti e del numero di minori stranieri) sono un segno inequivocabile del carattere di “stabilità” che ha assunto, oggi giorno, il fenomeno migratorio nel nostro paese.
La presenza, sempre più cospicua, degli alunni stranieri pone numerosi interrogativi alla società di accoglienza, questi giovani rappresentano i cittadini italiani di domani, più di un terzo sono nati in Italia e nonostante l’origine dei propri genitori si sentono e vogliono essere trattati come cittadini italiani. A questo punto è necessario chiedersi se la società italiana li riconosce come tali: possono accedere, nei fatti, alle stesse risorse riservate ai coetanei italiani? Seguono lo stesso percorso scolastico degli autoctoni? Raggiungono gli stessi risultati? Hanno la stessa possibilità dei figli degli italiani di intraprendere una carriera lavorativa di alto livello?
Le risposte a queste domande sono purtroppo negative. I risultati delle ricerche svolte sulla popolazione straniera presente nel sistema scolastico italiano sono allarmanti, tutti gli studi effettuati sugli allievi stranieri frequentanti la scuola di secondo grado rilevano un tasso di insuccesso scolastico molto più alto rispetto a quello registrato dai coetanei italiani:
Un altro dato molto interessante è la scelta della scuola media di secondo grado operata dai figli degli immigrati: l’80% opta per l’indirizzo tecnico professionale, mentre il 20 % si iscrive al liceo. Questa scelta è antitetica rispetto a quella effettuata dai coetanei italiani: l’80% si iscrive al liceo, mentre il 20% frequenta gli istituti tecnici e professionali. La scelta della scuola non deve essere sottovalutata, in quanto rappresenta un indicatore predittivo della carriera lavorativa futura. Chi si iscrive al liceo continuerà probabilmente il percorso formativo fino all’università e potrà accedere a lavori di alto profilo, mentre chi sceglie gli istituti tecnici e professionali, difficilmente continuerà gli studi oltre la scuola secondaria, si inserirà tendenzialmente nel mercato del lavoro in giovane età e potrà aspirare a lavori di profilo medio-basso.
Molti studiosi, italiani (M. Ambrosini, S. Molina, L. Queirolo Palmas, M. Colombo, G. Valtolina, G. Dalla Zuanna, eccetera) e stranieri (A. Portes, R.G. Rumbaut) si sono interrogati sui fattori che consentono ai figli degli immigrati di raggiungere una posizione sociale più prestigiosa rispetto a quella dei genitori. I risultati delle loro ricerche hanno rilevato che l’appartenenza “etnica” non è un fattore in grado di predire il futuro status sociale del giovane migrante, occorre far riferimento ad altre tre tipologie di fattori (gli stessi che influenzano i percorsi di ascesa sociale intrapresi dagli autoctoni):
Questi tre fattori si influenzano reciprocamente ed interagiscono con altre variabili (ad esempio: il genere e l’età di arrivo nel paese di accoglienza) producendo risultati e percorsi diversi. Non esiste un’unica “ricetta” vincente, bisogna tarare ogni intervento in base al contesto di riferimento e ai bisogni del singolo soggetto. In altre parole, il processo di integrazione dei giovani stranieri non dipende esclusivamente dalle loro capacità di adattamento ma anche dalle politiche intraprese dal paese di accoglienza. Acquisire questa consapevolezza è un passo essenziale per la costruzione di una cittadinanza attiva capace di includere tutti i cittadini, al di là delle differenze etniche o sociali.
La scuola ha l’importante compito di combattere l’esclusione sociale dei figli dei immigrati offrendo a tutti la possibilità di partire dallo stesso punto di partenza. Per far ciò è necessario riservare, a questo nuovo pubblico scolastico e in generale alle classi svantaggiate, “attenzioni speciali” tese ad eliminare o ridurre lo svantaggio iniziale: percorsi formativi individualizzati, corsi di recupero, attività che favoriscano l’autostima, ricostruire i curricula in prospettiva interculturale, eccetera. La filosofia di fondo che guida queste iniziative è rintracciabile nel “principio di giustizia” enunciato da John Rawls. Secondo il filosofo americano la giustizia non consiste nella mera spartizione del “bene comune” in parti uguali, ma nel dare a tutti le stesse opportunità; ciò implica nella maggior parte dei casi “dare” di più a chi ha di meno. L’obiettivo di questa spartizione “non equa” è colmare lo svantaggio iniziale dovuto a fattori indipendenti dalla volontà del soggetto (economici, culturali, sociali, geografici, eccetera), in modo da poter consentire a tutti di raggiungere gli stessi risultati o almeno di essere nelle condizioni migliori per poterlo fare. Questo principio è sostenuto anche da Don Milani che riferendosi ai figli dei poveri, esclusi dalla scuola perché non avevano i mezzi per recuperare lo svantaggio sociale ereditato dalla famiglia, scriveva: ‹‹Qualche volte viene la tentazione di levarseli da torno. Ma se si perde loro, la scuola non è più una scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge gli ammalati›› 10. L’insegnante , secondo il pedagogista toscano, deve prestare maggiori cure all’alunno che ha più bisogno, non ha senso lodare chi è bravo e ignorare chi fallisce: ‹‹Io vi pagherei a cottimo. Un tanto per chi impara tutte le materie. O meglio multa per ogni ragazzo che non ne impara una. Allora l’occhio vi correrebbe sempre su Gianni. Cerchereste nel suo sguardo distratto l’intelligenza che Dio ci ha messa certo uguale agli altri. Lottereste per il bambino che ha bisogno, trascurando il più fortunato, come si fa in tutte le famiglie. Vi svegliereste la notte col pensiero fisso su di lui a cercare il modo nuovo di far scuola, tagliato su misura sua. Non vi dareste pace perché la scuola che perde Gianni non è degna di essere chiamata scuola››11.
1Stephen Castle, Mark Miller, The Age of Migration. International Populations Movements in the Modern world. Second edition, The Guilford Press, New York, 1998.
2Caritas, Dossier statistico sull’immigrazione 2008, Idos, Roma, 2008.
3Maria Immacolata Macioti, Enrico Pugliese, L’esperienza migratoria. Immigrati e rifugiati in Italia, Laterza, Roma-Bari, 2004, p. 7.
4Tar Ben Jelloun, Le pareti della solitudine, Bompiani, Milano, 1997, p. 10.
5Fondazione Migrantes, Rapporto Italiani nel mondo 2008, Idos, Roma, 2008, p. 34.
6Tutti i numeri e le percentuali riguardanti la popolazione straniera in Italia sono tratti dal Dossier Alunni con cittadinanza non italiana. Anno scolastico 2007-08, pubblicato on line sul sito: www.istruzione.it.
7Francesco Pompeo, Il mondo è poco. Un tragitto antropologico nell’intercultura, Maltemi, Roma, 2003, p. 85.
8Giampiero Dalla Zuanna, Patrizia Farina, Salvatore Strozza, Nuovi italiani. I giovani immigrati cambieranno il nostro paese,il Mulino, Bologna, 2009, p. 32.
9 Javier Garcia Castaño, Aleandro Granados Martinez, Maria Garcia Cano Torrico, Intercultural y educacion en la decada de los noventa: un analisis critico, Universidad de Granada, 2000, Granada, p. 12.
10Scuola di Barbiana, Lettera ad una professoressa, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze, 1996, p. 20.
11Ivi, p. 82.