INDICE
I racconti di vita, al di là dell’intenzione di chi li narra o di chi li ascolta, sono rivelatori di quel sistema culturale, simbolico e materiale, che accomuna l’uomo agli altri uomini nel lento e circolare processo di costruzione di senso e, per questo, nella società fluida e dell’apprendimento lungo tutto il corso della vita, essi sono considerati al rango di una vera e propria life skill e lo storytelling uno dei modi – senz’altro il più fine - attraverso il quale documentare il possesso di tale competenza. Una storia di vita, infatti, è un testo che parla non solo di una identità personale, ma anche di un’ identità sociale, culturale, antropologica, di specie, in quanto colui che si racconta narra di sé, su un piano onto e filogenetico, nonché su quello del contesto relazionale e culturale in cui è inserito e questo perché ‹‹le storie sono uno strumento che appartiene sia alla mente che alla cultura›› (SMORTI A. p.22)
Correttamente, dunque, i curatori intitolano il volume “Le storie siamo noi”, perché di fatto ‹‹le relazioni tra le persone e le culture, all’interno delle comunità e tra le comunità, creano storie e contribuiscono alla costruzione di una storia›› (Prefazione, p.1).
In tal senso chi legge, come in una danza senza posa, muove passi dentro di sé e fuori di sé, con ritmi alterni, posizionamenti diversi nella storia propria e altrui, alla ricerca e scoperta di connessioni che gli rivelano nuovi parti di sé e del mondo circostante, nell’intricato groviglio di una trama della vita quotidiana sempre incompiuta, quasi a ricordare la tela di Penelope e più ancora quella letteratura che, dagli anni Novanta del Novecento, ha dato il proprio contribuito all’orientamento narrativo (Giusti S., pp.53-80). Pertanto, una storia di vita narrata, scritta o raccontata oralmente, è uno strumento di crescita e una fonte di sapere, non soltanto per il suo autore ma anche per il suo destinatario che può tornarne arricchito dall’ascolto o dalla lettura, scoprendo nessi, similitudini e differenze in un processo che non ha soluzione di continuità, perché ‹‹le nostre azioni si iscrivono in una trama di relazioni con quelle degli altri che ci sfugge necessariamente nelle sue ramificazioni infinite›› (Jedlowski P., p.4).
E’ questo il sistema, mai interamente concluso e sempre processualmente facentesi, che ciascun narratore consegna agli altri, coetanei o più giovani di lui, ed è questa l’ipotesi che è sostenuta discretamente nel volume, grazie ai contributi dei vari autori, e posta, come una sorta di insight o di autosvelamento biografico, a fondamento di quella narratività, inscritta in una pedagogia narrativa - da Raffaele Mantegazza in poi - di chi scrive di sé, autobiograficamente ‹‹soltanto oggi, dopo aver terminato di scrivere questo contributo, mi pare di avere, provvisoriamente, una visione chiara (seppur modificabile) ed una interpretazione (possibile) di come sia giunto all’orientamento narrativo, soltanto oggi vi è una prima narrazione disponibile circa l’orientamento narrativo›› (Batini F., p. 82).
Il volume, però, non si chiude con questo autosvelamento, esso si lascia interrogare più e più volte, si fa rileggere quasi seduttivamente, perché se è sistemazione non dogmatica del paradigma narrativo in educazione è anche l’incipit continuo a narrarsi da parte del lettore – almeno di questo lettore – perché, trasponendo su di un altro piano le parole di uno degli autori, ‹‹la narrazione non è la rivelazione all’ ‹esterno›, agli altri, di una conoscenza ‹interna› prodotta dalla mente individuale in isolamento ma è una produzione dialogica (Markovà e Foppa, 1990) in cui i narratori e gli ascoltatori cooperano alla co-costruzione di quella particolare realtà che è il sé›› (Mantovani G., p.37) e, in questo caso, del «sé diasporico».
In tal senso l’implicazione educativa e formativa del metodo autobiografico, emergente sui generis anche da questo volume, viene riconosciuta non soltanto per il narratore o per i narratori che raccontano di sé attraverso un approccio di tipo “cognitivo”, ma anche per il lettore/ascoltatore competente che, stimolato dal confronto con l’altrui testo, tanto su un piano di recupero dei propri ricordi quanto di riflessione e di sapere esperienziale, traduce, secondo un approccio di sensemaking e a partire dal proprio «posizionamento narrativo» (Smorti A., pp.35-37), la sua «discorsività» con i vari autori dei capitoli, ora in un fare «retorico», ora in un fare «dialogico» e ora in quello «cooperativo».
Per tornare a “Le Storie”, l’orientamento narrativo proposto dal volume, in opposizione a quello logico-scientifico (Batini F., p.113), fa derivare le ricadute educative e formative del metodo dalle due dimensioni rintracciabili all’interno di ogni storia narrata e di ogni nuovo sapere prodotto dall’atto del raccontare: la dimensione personale e la dimensione sociale dei ricordi personali; dimensioni che si alternano costantemente, come in un gioco di figura e sfondo; la persona che si racconta narra di sé qui ed ora, quale individuo temporalmente e storicamente determinato e, pertanto, racconta di quei tempi, di quei luoghi, di quella cultura, contribuendo ad arricchire anche il bagaglio di conoscenze e di sapere dell’altro; tuttavia, sempre a partire dal fatto che il suo ricordare è un’azione del presente e mai del passato è cioè un atto di ri-costruzione che si pone non solo per ordinare, ma anche per orientarsi o ri-orientarsi ‹‹perché una delle fondamentali finalità dell’orientare è quella di promuovere nella persona un’autonomia nel (ri)conoscersi ed accettarsi, una capacità concreta di individuare i propri elementi di forza e di debolezza, le proprie competenze, attitudini, interessi, motivazioni, e farne strumento per il raggiungimento dei propri obiettivi›› (Batini F., p.113).
Tali aspetti individuali e sociali, che sono dentro ogni racconto di vita prodotto, ci introducono ad una terza dimensione: quella antropologica nel senso che rivelano, ad un ascoltatore attento, le simmetrie che producono risonanza e quel transfert pedagogico1 che è a fondamento di ogni autentico processo educativo orientato al cambiamento e al deuteroapprendimento.
Il racconto di sé è un lavoro quotidiano su se stessi a partire dall’esperienza che consente di intraprendere un viaggio di conoscenza: chi si narra decide di compiere un atto conoscitivo e di comprensione verso se stesso, verso la propria storia di vita e verso gli intrecci che questa ha intessuto con la storia degli altri, ma anche verso i luoghi che hanno fatto da sfondo, per ricostruire una storia comune. Ogni storia di vita è un intreccio felice e drammatico tra percorso individuale e percorso collettivo; ed è questo intreccio che contrassegna i fenomeni umani. In fondo, se “ogni vita merita una storia” è perché essa non sia ridotta a reperto fossile o a documento museale, ma venga ri-conosciuta come produttrice – non ri-produttrice - di senso. Questo, però, vuole anche significare che non ogni storia è supportata da una vita degna di questo nome e che, dunque, è compito dell’educatore sostenere e promuovere la trasformazione del manzoniano “vaso d’argilla” in un “vaso di ferro”.
Pertanto, occorre riconoscere all’orientamento narrativo, non soltanto di essere pratica retrospettiva e riflessiva, ma anche di mezzo di comunicazione interpersonale e intergenerazionale in un’ottica non lineare bensì circolare-retroattiva cioè di un cammino che mentre torna su di sé, si apre continuamente al cambiamento restituendo in modo quasi sempre trasfigurato anche parte di ciò che è stato già fatto, e mentre in questo modo fissa continuamente i contorni della propria identità, apre quest’ultima alla processualità del cammino della vita per proiettare nel futuro la propria ipseità.
In questo senso, come scrivono i curatori, è possibile parlare di un ‹‹orientamento narrativo››, ovvero di un metodo in grado di fare sviluppare quelle competenze che consentono alle persone di aumentare il controllo e la percezione di controllo sulla propria vita, ma anche di gestire le nostre scelte e di negoziarne il significato con noi stessi e con gli altri; in questo senso, probabilmente, è possibile parlare di una vera e propria pedagogia dell’orientamento narrativo.
Tuttavia, a parere di chi scrive, a questa pedagogia sembra ancora mancare quella coscienza politica appena accennata da Mantovani nel suo scritto e per altri motivi. Con ciò, si intende invitare i curatori a cimentarsi in un’ulteriore riflessione che eviti l’uso funzionale o strumentale dell’orientamento narrativo alla mera integrazione normalizzatrice in una società egemone di qualsiasi tipo, mentre sarebbe opportuno esplicitare la carica dirompente e trasformatrice di essa alla luce di quella negoziazione di scelte e significati, a livello interpersonale e intergenerazionale - ma non solo - , che è alla base della crescita di un soggetto storico e politico orientato alla costruzione di una società autenticamente democratica. Questo vuol dire non relegare l’orientamento narrativo ad un metodo e non regalarlo a chi ne farebbe un insieme di tecniche e strumenti, ma vuol dire anche inserire la pedagogia dell’orientamento narrativo all’interno di una pedagogia non direttiva, dell’autonomia e della prassi.