RIVISTA INTERNAZIONALE di EDAFORUM
ANNO I / N. 2 - 1 giugno 2005 - EDA e DIRITTI
 

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Società conoscitiva e democrazia: l'apprendimento durante il corso della vita come diritto di cittadinanza per tutti.

Daniela Pietripaoli

Siamo testimoni di un cambiamento che si può definire 'epocale', indotto dai processi di innovazione e di globalizzazione, che sta rapidamente cambiando cultura e valori della società, assetti istituzionali e sociali, modelli produttivi e caratteristiche del mercato del lavoro, il diritto alla formazione per tutta la vita diviene una condizione fondamentale per lo sviluppo civile ed economico e per la stessa qualità della democrazia.

Uno dei motivi più ricorrenti nel dibattito attuale - in campo politico, sociale, economico, educativo - è il rapido e profondo mutamento della natura della attività lavorativa dell'uomo. Il progresso esponenziale delle prestazioni offerte dalla tecnologia ha messo fuori gioco un numero crescente di mestieri e di qualificazioni professionali, creando una domanda di competenze diverse e, soprattutto, flessibili e capaci di adattamento a nuovi metodi, tecniche e processi lavorativi.

Un gran numero di persone non tiene il passo con il progresso scientifico e tecnologico. Le conseguenze di questo ritardo si fanno sentire nella qualità della vita individuale e sociale, nel livello di benessere, nelle potenzialità di sviluppo sociale ed economico. È ormai accertato che la popolazione con basso livello di cultura e di scolarità usufruisce meno di altri dei servizi sociali, è meno presente nelle strutture di partecipazione, è fortemente esclusa dalla fruizione di momenti di cultura colta, utilizza meno di altri le opportunità formative.

L'educazione deve, quindi, più che mai affrontare questo problema; essa, infatti, si colloca al centro dello sviluppo sia della persona che della comunità. Il compito dell'educazione è quello di consentire ad ogni individuo, senza eccezioni, di sviluppare pienamente i propri talenti e di realizzare le proprie potenzialità creative, compresa la responsabilità per la propria vita e il conseguimento dei fini personali.

Mentre c'è un accordo che prevede che l'istruzione degli adulti debba essere accessibile a tutti, è ancora 'raro' che questa affermazione di principio trovi nella legislazione e nella normativa una traduzione esplicita in dispositivi che rendano possibile l'esercizio del diritto all'istruzione a tutte le persone. La realtà è che molti gruppi sono ancora esclusi, come gli emigranti, gli zingari ed altre popolazioni non territoriali, rifugiati.

Questi gruppi dovrebbero avere accesso ai programmi di educazione che li inseriscano all'interno di una pedagogia umanistica capace di soddisfarne i bisogni e di facilitarne la partecipazione alla società.

Viviamo in un'epoca che mette in relazione tutte le parti del pianeta. Le azioni e i problemi umani, dovunque si svolgano e si originino, determinano effetti anche nelle più remote regioni del globo. Si viene prendendo atto di una dimensione nuova dell'esperienza umana: la sua globalizzazione, che ha determinato intensi 'processi migratori' dal Sud del mondo e dall'Est europeo verso i Paesi dell'Occidente cosiddetto 'sviluppato', i quali stanno lentamente modificando aspetti centrali della nostra vita: nel mondo del lavoro, negli insediamenti abitativi, nel confronto fra le fedi religiose, nei gusti e nei consumi, nel sistema dei media, nella scuola, nelle pareti domestiche.

I dati dell'ultimo rapporto Censis (Censis, 2004) mostrano come l'immigrazione sta diventando, specialmente nel Meridione, un fenomeno strutturale, destinato ad incidere sul tessuto sociale ed economico del nostro Paese in maniera continua e profonda. Siamo in presenza di un evento che 'costringe' la società italiana a ripensare se stessa, la propria tradizione culturale, il proprio statuto antropologico, il proprio futuro.

L'apprendimento durante il corso della vita diventa così più di un diritto; è una chiave per il futuro. È sia una conseguenza della cittadinanza attiva che una condizione per la piena partecipazione, per tutti, nella 'società conoscitiva'.

La società moderna deve attivamente operare per ridurre ed annullare l'area del 'secondo escluso'. Se non si vuole una società con due tipi di cittadinanza, in cui una prevale sull'altra, bisogna creare per tutti una situazione di pari opportunità. L'affermazione di un diritto comune sul territorio nazionale, che possa estendersi ovunque, è di grande importanza per riconoscere all'umanità il diritto di cittadinanza attiva, ossia il diritto degli individui ad una partecipazione non marginale alla vita sociale. Si tratta, cioè, di rendere possibile ad ognuno che viva in una determinata società di potersi formare 'lifelong', per l'attuazione di propri personali progetti, potendo disporre di una pari possibilità di accesso alle opportunità sociali. In questa prospettiva la cultura d'origine, se non può diventare una risorsa (come sarebbe auspicabile), non deve neanche costituire un handicap, un vero e proprio svantaggio.

L'integrazione è resa difficile proprio dagli ostacoli di ordine socio-economico e culturale, ostacoli che gli immigrati incontrano nel conoscere e utilizzare le occasioni che possono far loro cambiare il loro status socio-professionale, le loro condizioni di vita e di lavoro, in un processo di mobilità sociale (Susi, 1995).

Le istituzioni sono chiamate in causa per soddisfare due bisogni espressi dagli stranieri e che corrispondono a due categorie di diritti: quelli di appartenenza e quelli di cittadinanza. Mentre i 'bisogni' di appartenenza riguardano la relazione con il proprio gruppo di riferimento, con la propria nazionalità, con la propria cultura; i 'bisogni' di cittadinanza sono quelli che gli immigrati condividono con i cittadini del Paese di immigrazione (Susi, 1999).

Gli immigrati hanno bisogno di iniziative che tutelino la loro cultura di origine, ma allo stesso tempo hanno bisogno di interventi per il riconoscimento e l'innalzamento dei loro livelli di formazione.

Bisogna partire da un dato di fatto. Lo straniero, in transito verso altri paesi avrà bisogno di un sostegno e di una formazione linguistica e professionale che sia funzionale alla prospettiva di inserimento nel paese di destinazione.

Gli stranieri con tendenza alla stabilizzazione sono portatori di bisogni formativi che variano a seconda della nazionalità, del grado di istruzione, del fatto di essere bambini, giovani, donne, anziani, della durata del periodo trascorso in Italia, delle condizioni abitative, lavorative. Tali bisogni, una volta espressi, dovranno essere soddisfatti dal sistema formativo pubblico e dalle iniziative educative promosse da Regioni, Province, Comuni, associazioni, volontariato.

È utile a riguardo fare qualche precisazione. L'ingresso degli stranieri nel sistema formativo dello Stato (dai Centri Territoriali Permanenti all'Università) e in quello regionale (formazione professionale) assume un valore strategico ai fini di una effettiva prospettiva di inserimento in grado di aiutarli ad avere meno difficoltà nel reperimento di un lavoro, in modo tale da eludere i rischi di segmentazione del territorio in base all'etnia, ovvero alla creazione di ghetti.

Il sistema di lavoro e demografico del nostro Paese, ha bisogno degli immigrati, del loro capitale umano, delle loro competenze, per mantenere la competitività economica e sociale. Dalla loro integrazione dipenderà non solo il loro futuro, ma anche il nostro.

In questo quadro emerge una dimensione: si tratta del rapporto tra sviluppo della democrazia e ruolo e funzione dell'istruzione e della formazione nella vita degli individui e delle società. La società conoscitiva diviene una necessità costitutiva, strutturale, per un ordine sociale e politico fondato sulla democrazia (Alberici, 2002). Una condizione del diritto ad apprendere durante il corso della vita, inteso come possibilità di raggiungere un livello di conoscenza, di competenza, di abilità, in una parola di formazione, che metta tutti gli individui in condizione di essere cittadini della società in cui vivono.

Lo sviluppo della democrazia potrà essere promosso a partire dal fatto che il maggior numero di individui non siano esclusi dal possedere o meno gli alfabeti di cittadinanza.

Si vuole qui mettere in risalto l'aspetto connesso al rapporto tra sviluppo e crescita della società conoscitiva, che diventa condizione di crescita democratica e come tale colloca l'apprendimento come un diritto e non un privilegio riservato a pochi, il cui esercizio diviene necessario per lo sviluppo delle società stesse, per la loro natura intrinsecamente fondata sul potere dell'informazione e della conoscenza.

Ciò implica la necessità di uno spostamento radicale dalle tradizionali concezioni degli interventi istituzionali, statali e pubblici, verso il sostegno di una concezione più individualizzata della formazione, intesa come investimento personale. L'attenzione ai sistemi formativi, nella prospettiva della istituzione-formazione durante tutto il corso della vita può consentire di dare risposte anche al problema delle equità nella distribuzione delle risorse. È questo un aspetto di primaria importanza nelle politiche dei diritti sostanziali.

In realtà nelle società attuali non si può non rilevare che per ciò che concerne il lifelong learning , sul piano delle risorse, vi sono, nei fatti, opportunità molto squilibrate. Le risorse sono prioritariamente orientate a obiettivi indirizzati al lavoro, a classi di età considerate più 'produttive', a categorie di individui considerati un migliore investimento perché più produttivi rispetto ai parametri socialmente condivisi. Con ciò si è prodotto un vero e proprio rischio educativo degli individui e della collettività. E da questo deriva il necessario (ri)orientamento delle strategie e delle prospettive dell'educazione nelle moderne società complesse, nella prospettiva dell'apprendere a tutte le età, come risorsa e diritto individuale, come ricchezza sociale ed economica.

 

Verso nuovi obiettivi

Siamo un paese competitivo e in quanto tale dobbiamo puntare sullo sviluppo di qualità; ciò significa porsi l'obiettivo di innalzare i livelli culturali di tutti, italiani e stranieri. Se fino a qualche anno fa la conoscenza e la formazione erano un ingrediente della competitività del paese, oggi la competitività corrisponde alla quota di conoscenza, di formazione e di ricerca che produce. Se fino a poco tempo fa potevamo pensare che la conoscenza e la formazione erano uno degli ingredienti della cittadinanza, esse oggi equivalgono alla cittadinanza stessa. Inoltre, formazione e sapere vogliono dire sostanzialmente 'difesa della libertà' delle persone e rappresentano i nuovi termini dell'eguaglianza, soprattutto se si pensa che in una società come quella italiana la mobilità sociale dal basso verso l'alto può essere assicurata soltanto dalle risposte che possono venire su questi terreni (Dacrema, 2004).

Pensare ad un progetto di apprendimento durante il corso della vita per tutti è effettivamente possibile se sostenuto dalle necessarie risorse professionali (facilitatori linguistici, mediatori interculturali), da una programmazione territoriale che realizzi la convergenza degli interventi di scuola, enti locali, associazionismo.

Infine, si può parlare di apprendimento come diritto se è realmente 'inclusivo': se è un 'apprendimento' che aiuta ad affrontare il disagio ed il malessere, che sa integrare tutti coloro che sono in difficoltà, che contrasta efficacemente la dispersione.

Una società che si ridefinisce sulla base dell'esclusione degli 'altri', non può essere se non una società apparente. Non si arriverà da nessuna parte se non si prenderà atto del fatto che i valori della società 'non apparente' sono proprio quelli di una formazione nella prospettiva della promozione e dello sviluppo della potenzialità apprenditiva degli esseri umani lungo tutto il corso della loro vita. Una formazione che aiuti il soggetto a diventare più criticamente riflessivo (Schon, 1993), a partecipare più pienamente e più liberamente alla dialettica razionale e all'azione. Questa partecipazione implica anche un livello minimo accettabile di sicurezza, di salute fisica e mentale, di garanzia dell'abitazione e di opportunità occupazionali, nonché l'accettazione di altri soggetti, portatori di prospettive diverse, e della cooperazione sociale. Valori come la libertà, la democrazia, la giustizia e l'uguaglianza e la cooperazione sociale vengono apprezzati così universalmente anche perché rappresentano le condizioni essenziali in base alle quali gli esseri umani possono dare un senso e un significato alla loro esperienza.

 

 

Riferimenti bibliografici

Censis, Rapporto sulla situazione sociale del Paese. 2004 , Franco Angeli, Milano, 2004.

Dacrema, F., "Se l'emigrazione diventa una risorsa", in Valore Scuola , n.21, 2004.

Schon, D., A., Il professionista riflessivo , Edizioni Dedalo, Bari, 1993.

Susi, F., L'interculturalità possibile , Anicia, Roma, 1995.

Susi, F., Come si è stretto il mondo , Armando Editore, Roma, 1999.

 

 

LLL - Focus on Lifelong Lifewide Learning
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