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Quanti sono gli analfabeti in Toscana? Ma soprattutto, in una fase caratterizzata da trasformazioni economiche e sociali che impongono una moltiplicazioni dei saperi, cosa significa analfabetismo? Chi deve essere considerato analfabeta nell’era della società della conoscenza?
Con l’obiettivo di rispondere a questi interrogativi per la Toscana, l’Irpet ha recentemente realizzato uno studio sull’analfabetismo.
In primo luogo è stato analizzato il fenomeno della mancanza di scolarizzazione (assoluta e parziale); ciò tuttavia, non esaurisce le dimensioni dell’analfabetismo nel nostro tempo: in un’epoca in cui aumentano i saperi, non restare al passo con essi apre la strada per quelli che potremmo chiamare “analfabetismi emergenti”, i quali sebbene non diano necessariamente luogo ad emergenze sociali, comportano problemi con cui occorre confrontarsi. Non solo: accanto agli analfabetismi collegati ai nuovi saperi, è in atto un più generale processo di impoverimento culturale, sia legato alla preparazione umanistico-letteraria e desumibile da un certo decadimento della lingua parlata e scritta (non si scrivono più lettere ma sms o brevi messaggi di posta elettronica), nonché dall’impoverimento di certi consumi culturali (non si leggono più giornali ma comunicati Ansa delle free press, si leggono pochi libri).
Vediamo alcuni dati emersi dalla ricerca.
Quanti analfabeti? Coloro che non sanno leggere e scrivere sono in Toscana 26.400, a cui vanno aggiunti altri 294.000 soggetti che dichiarano di saperlo fare pur non in possesso di un qualsiasi titolo di studio e che devono essere considerati, alla stregua dei primi, “sostanziali” analfabeti. Escludendo, tuttavia, dall’analisi i bambini con un’età inferiore ai 10 anni, per i quali la mancanza del titolo di studio è funzionale al dato anagrafico, gli analfabeti sostanziali scendono a 194.626 unità, pari al 6% della popolazione con più di 11 anni (il dato italiano è del 6,7%). L’analisi per classi di età evidenzia come l’analfabetismo sia per lo più un fenomeno legato all’età anziana, essendo per circa l’80% riferito a ultra sessantacinquenni; gli analfabeti sono, quindi, soggetti di fatto lontani dalla vita attiva – sono essenzialmente pensionati e anziane casalinghe – con la conseguenza che l’essere analfabeti oggi, pur rappresentando una gravissima deprivazione nella sfera dell’individuo che ne limita fortemente l’agire consapevole, comporta esternalità negative di rilevanza sociale non così estese: l’allarme sociale dovuto alla presenza di analfabeti è grave ma non generalizzato.
E’ possibile essere moderatamente rassicurati da questo quadro? Niente affatto. Il problema dell’analfabetismo in senso stretto rappresenta per certi aspetti la punta dell’iceberg delle criticità che affliggono la condizione scolastica della nostra regione e, prima ancora, del nostro Paese. Accanto agli analfabeti occorre, infatti, considerare la categoria dei così detti semi analfabeti, ovverosia di coloro che hanno conseguito al massimo la licenza di scuola elementare: ben il 34,5% della popolazione toscana con più di 15 anni (31,4% in Italia) risulta non in regola con la prescrizione costituzionale che impone a tutti almeno 8 anni di scuola, risultando – per utilizzare una calzante quanto amara definizione di De Mauro – “renitenti alla Costituzione”; il loro titolo di studio, unito alla circostanza provata che in età adulta si regredisce di cinque anni rispetto ai livelli scolastici massimi raggiunti, espone questi soggetti ad un fortissimo rischio di incorrere nel cosiddetto analfabetismo di ritorno.
Un’ulteriore categoria di soggetti che manifesta evidenti debolezze educative è costituita da quei soggetti che abbiamo indicato col termine poveri di istruzione, vale a dire coloro che hanno concluso il proprio percorso scolastico con la licenza media inferiore e che costituiscono il 30% della popolazione toscana con più di 15 anni (32% in Italia); poveri di istruzione perché il conseguimento del titolo dell’obbligo scolastico costituzionale non può infatti garantire oggi – per la popolazione in età attiva – adeguate conoscenze e competenze tali da consentire una partecipazione alla vita sociale attiva e consapevole.
Quali abilità e competenze? Indipendentemente dal livello di scolarizzazione, esistono competenze giudicate essenziali per svolgere un ruolo consapevole ed attivo nella società, che vanno dalla comprensione di testi, ai saperi scientifici e matematici, alla capacità di ragionamento. L’indagine ALL (Adult Literacy and Life Skills) dell’Ocse indaga questi aspetti.
Il 47% della popolazione toscana con un’età compresa tra 16 e 65 anni manifesta gravi lacune nella comprensione di testi scritti quali brani tratti da libri, articoli, ecc. Il 50% dei toscani è appena in grado di leggere un’etichetta di un medicinale, manifestando carenze nella comprensione di informazioni contenute nei testi del vivere quotidiano (orari di treni e aerei, buste paga, istruzioni, ecc.). Quanto alla capacità di utilizzo degli strumenti matematici, il 40% dei toscani consegue scarsi risultati. Infine, il 74% della popolazione adulta toscana manifesta sostanziali insufficienze per quanto riguarda l’ambito del problem solving, che attiene alla capacità di ragionamento.
Quali nuovi analfabetismi? Quanti nuovi analfabeti? L’avvento delle tecnologie informatiche e della Rete hanno cambiato fortemente la vita quotidiana, modificando il modo di lavorare, di relazionarsi con gli altri, di comunicare con gli enti pubblici e gli organi istituzionali. Quali sono le capacità degli individui di utilizzare gli strumenti che l’Information and Comunications Technology mette a disposizione?
Il 60% dei toscani dichiara di non utilizzare il personal computer, mentre i non naviganti sono il 64%. La giovane età e l’alto titolo di studio riducono in modo consistente sia il non uso del pc che la non navigazione in Internet (i non users del pc ammontano al 96% tra coloro con un’età superiore ai 65 anni e al 75% di coloro che hanno conseguito al massimo la licenza media inferiore; i non naviganti rappresentano il 97% degli ultra sessantacinquenni e l’84% dei detentori al massimo della licenza media inferiore).
Quale domanda culturale? In un contesto quale il nostro, teso ad analizzare il segmento debole della popolazione con riferimento al livello di istruzione e alle competenze e abilità possedute, appare interessante volgere lo sguardo anche verso un fenomeno così interrelato al livello di istruzione, la domanda culturale, allo scopo di verificare la presenza nella nostra regione della cosiddetta “deprivazione culturale”.
Più di una persona su cinque in Toscana non ha alcun tipo di abitudine alla lettura, avendo dichiarato di non leggere libri e neppure quotidiani. L’analisi dei dati per classi di età e titolo di studio mette in evidenza come l’astensione dalla lettura sia un fenomeno che colpisce in modo più rilevante gli anziani (ben il 40% circa degli ultra sessantacinquenni dichiara di non leggere libri o quotidiani) e, ovviamente, coloro che si collocano ai più bassi livelli di istruzione avendo al massimo concluso la scuola media inferiore (30%). I dati relativi alla non lettura di soli libri rivelano una condizione di grave deprivazione culturale evocando atmosfere bradburyane in cui i libri vengono bruciati piuttosto che letti: il 52% della popolazione toscana dichiara di non aver letto alcun libro durante l’ultimo anno.
Con riferimento ai consumi culturali non legati alla lettura, gran parte di quelli che vengono usualmente definiti “eventi culturali” costituiscono per una larghissima maggioranza della popolazione toscana qualcosa di eccezionale, di nemmeno semel in anno: è questo il caso degli spettacoli teatrali, a cui nell’ultimo anno non ha assistito l’80% della popolazione toscana, di spettacoli operistici o concerti classici (90%), di concerti di altro tipo (80%), di visite a monumenti (76%) e musei (69%). Soltanto l’andare al cinema costituisce l’evento “culturale” a cui partecipa un toscano su due almeno una volta l’anno. Anche in questo caso età e titolo di studio influiscono sulla partecipazione ad eventi culturali; in particolare il titolo di studio può molto sulla riduzione della non partecipazione ad eventi culturali: tra i laureati la non abitudine a prender parte ad alcuni eventi si riduce di oltre la metà rispetto al valore per la popolazione complessiva.
Come porsi dinanzi a tale cahier de doléances? Difficile individuare ipotesi di intervento per tracciare un cammino di risanamento della condizione educativa. Indubbiamente il livello di azione principale dovrebbe essere nazionale, dato che le lacune palesate dal nostro sistema di istruzione ne impongono una riforma complessiva che vada dalla scuola dell’obbligo all’istruzione superiore.
Al di là di singole azioni che potrebbero essere implementate anche a livello regionale (che vanno dall’introduzione di un’iniziativa tesa ad alfabetizzare gli analfabeti sostanziali e i semianalfabeti, ad una maggiore attenzione all’educazione prescolare in cui – è stato dimostrato – già si giocano molte chance del successivo percorso educativo dei ragazzi, al ripensamento delle politiche per il diritto allo studio nella scuola dell’obbligo, fino ad una politica regionale per la cultura tesa a incentivare e sensibilizzare la domanda, più che a sostenere l’offerta), riteniamo che ogni azione debba partire in primo luogo dalla comprensione del problema della bassa o nulla scolarizzazione come mancanza di consapevolezza del mondo circostante. “Solo l’uomo colto è libero” asseriva Epitteto già nel primo secolo dopo Cristo. Il sapere, quindi, rende liberi, in quanto liberi di scegliere; il non sapere, per contro, costituisce di fatto una forte limitazione alla libertà individuale.
E’ questa l’essenza del pensiero di Amartya Sen: ampliamento della libertà di scelta dell’individuo e garanzia dei punti di partenza. Stante ciò, l’obiettivo di ogni governo dovrebbe essere quello di garantire a tutti un benessere che può essere definito solo in termini di allargamento degli spazi della libertà individuale, nel senso della possibilità di autodeterminazione di un proprio progetto di vita.
Per fare questo devono essere assicurati alcuni fondamentali diritti, primo fra tutti quello all’istruzione di base e quindi alla conoscenza, in modo tale che sia poi la libera scelta dell’individuo a determinarne il percorso di vita, nell’esercizio effettivo e consapevole dei propri diritti di cittadinanza.