RIVISTA INTERNAZIONALE di EDAFORUM
ANNO 2/ N. 7 - 28 febbraio 2007
 

INDICE

 

 

 

 

MONOGRAFICO

Intervista a Vernor Muņoz Villalobos,
Relatore Speciale delle Nazioni Unite sul diritto all'educazione

Intervista di Federico Batini

Qual è lo stato di salute globale dell’educazione?

Quello che abbiamo davanti, senza dubbio, è un panorama di disuguaglianza e iniquità.

Disuguaglianza, perché le comunità e i gruppi sociali più impoveriti continuano a riportare i più alti indici di esclusione dalle scuole. Le persone con disabilità varie continuano a non avere opportunità per studiare e se le hanno si devono comunque incorporare in modo precario nei centri educativi, con molte barriere architettoniche e senza poter contare sulle risorse pedagogiche adeguate né su personale docente idoneo per assistere alle loro necessità specifiche.

Le minoranze etniche e culturali, le comunità indigene, le bambine e le popolazioni rurali continuano ad essere dimenticate nelle politiche educative, senza la volontà di approfondire la conoscenza dei problemi acuti di infrastruttura e qualità educativa che espellono dalle aule sempre più bambini, bambine e adolescenti.

Quello che tradizionalmente chiamiamo “dispersione”, in realtà allude ad un fenomeno espulsore dell’educazione che evidenza la mancanza di collegamento tra i sistemi educativi e le necessità reali delle e degli studenti.

Sistemi educativi finanziati male e posti al servizio delle richieste mercantili, prima che agli interessi e ai diritti delle persone, finiscono col complicare la situazione.

Ovviamente ci sono paesi e regioni nelle quali i sistemi educativi possono contare con condizioni migliori. Non ostante questo, se guardiamo da vicino le particolarità di questi paesi,  possiamo sempre trovare processi di esclusione che colpiscono principalmente i gruppi minoritari come, ad esempio i Rom, le persone disabili e gli immigrati. Come nel caso dell’Europa. Possiamo continuare ad affermare con certezza che l’Africa subsahariana e il sudest asiatico siano le regioni più seriamente compromesse, anche se le necessità educative non vanno valutate solo per “estensione”, ma anche in quanto a “profondità”. E nel caso del primo mondo troveremmo un numero di profondi bisogni senza risposta che per elencarli tutti ci vorrebbe tutto il giorno.

Qual è lo stato dell’educazione in Europa e in Italia?

Qualunque caratterizzazione generica sarebbe insufficiente e anche inesatta: le singole realtà debordano dagli schemi.

Le condizioni generali di infrastruttura, la dotazione di personale docente, la qualifica delle maestre e dei maestri, l’approvvigionamento scolastico, la distribuzione di materiali didattici e risorse finanziarie, tutto ciò continua ad essere privilegiato in Europa, almeno in termini relativi, se comparato alle situazioni che si vivono in America Centrale, la regione da cui provengo.

Gli indici di scolarizzazione primaria sono molto migliori in questa parte di mondo, anche se, tuttavia, si osserva una fetta di studenti che rimane esclusa dall’educazione secondaria e questo è un problema serio.

Gli studi dell’OCSE (Orgenizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) accusano una relazione diretta tra esclusione scolastica e impatto della povertà. Questi studi rivelano che poco oltre la metà degli adulti con un titolo di studio superiore hanno un lavoro e che di questi il 26% guadagna la metà o meno della metà del reddito nazionale pro-capite medio nei paesi dell’OCSE.

Questo esempio vuole solo mostrare i problemi connessi con il successo e la permanenza nell’educazione secondaria, ma mi rifiuto di considerare l’ottenimento di un impiego come fine essenziale dell’educazione.

Un modello educativo centrato unicamente sulla necessità di rispondere alle richieste dei datori di lavoro può risultare pericolosamente superfixiale e offrire risultati che finiscano col ridurre l’offerta di lavoro a un tipo di manodopera determinata dalle necessità utilitaristiche del mercato e non dall’universo delle culture. Per il resto, un modello di educazione di simile natura contraddice i propositi stabiliti nei principali strumenti del diritto internazionale dei diritti umani e riproduce gli antivalori che l’educazione pretende di combattere.

Credo che l’integrazione scolastica dei bambini, bambine e studenti immigrati continui ad essere un problema senza soluzione nella comunità europea, visto che, tanto per cominciare, in molti casi le possibilità educative possono essere sfruttate solo da quelle famiglie che contano con uno status migratorio regolarizzato o con un permesso di soggiorno formalmente concesso.

 

Anche quando si assiste a sforzi governativi tendenti all’integrazione dei bambini e delle bambine immigrati, è nell’intorno scolastico che si risolve con successo (o senza) l’inclusione sostanziale, perché in ultima istanza rimangono appannaggio delle autorità scolastiche le decisioni sull’adattabilità dei processi educativi, in merito ai quali il dominio della lingua e i costumi continuano a giocare un ruolo preponderante.

La composizione demografica europea sta cambiando ed è certo che nei prossimi trenta o quaranta anni le comunità italiana, francese, tedesca, tra le altre, avranno incorporato interi contingenti di popolazione migratoria che, come detto, sono le comunità che oggi riportano i più alti indici di marginalizzazione nei sistemi educativi di questi paesi. Se le politiche pubbliche e in particolare quelle educative non risolvono in fretta questi problemi, neanche le migliori strategie di impiego potranno evitare un fallimento di proporzioni incalcolabili.

Le politiche di integrazione che hanno caratterizzato il divenire della comunità europea durante gli ultimi anni non sono o non si dovrebbero concepire come un proclama selettivo. Se l’integrazione non assiste i bisogni educativi intesi come un processo permanente che interagisce con tutte le manifestazioni della vita sociale e personale, l’integrazione si trasforma in una semplice strategia mercantile. Niente più di questo.

Però se si intende l’integrazione come un processo inclusivo e rispettoso delle differenze, l’integrazione si trasformerà addirittura in un processo di apprendimento sociale, capace di ripercuotersi in tutte le aree, conoscenze e discipline umane.

La realtà ci mostra un’altra cosa. Ci accorgiamo che, mentre si incoraggia la “conoscenza europea” del Processo di Bologna, l’accesso alle università europee continua ad essere una meta difficile da conquistare, dato che molti studenti della scuola secondaria non riescono a portare a termine i propri studi o se pure ce la fanno non trovano vie d’accesso percorribili verso studi superiori.

Le risposte di qualità nell’educazione superiore non possono consolidare i processi di esclusione nell’educazione secondaria. Questo è inacccettabile. La qualità, per il resto, non è isolata dalla costruzione di cittadinanze sensibili alla dignità di tutti i popoli e di tutte le persone, in modo che un’educazione che non sia ferma e decisamente ancorata alla realizzazione dei diritti umani sarà necessariamente un’educazione di bassa qualità. E un’educazione che non dia nemmeno la possibilità di proseguire l’apprendimento è un’educazione inutile.

Quali sono i pericoli più grandi?

Se capiamo che una madre istruita è più efficace per combattere la denutrizione dei suoi figli e figlie che i programmi della FAO, capiamo anche che l’educazione è il vero processo di sviluppo. Se riconosciamo che uno studente che raggiunge il culmine dell’educazione di base avrà maggiori strumenti per combattere la violenza, sappiamo che l’educazione è uno strumento di pace.

Ma se tutto questo lo sappiamo e continuiamo a considerare l’educazione come un servizio negoziabile e non come un diritto umano, allora ci troviamo difronte al pericolo più grande e serio di tutti, l’egoismo.

Certamente, molti dei paesi poveri che richiedono seriamente l’appoggio della comunità internazionale sono avvolti in una nube di corruzione da parte dei loro governanti e della loro classe politica. Ma questa corruzione è stata largamente alimentata da processi di mercantilizzazione dei quali si sono approfittati non solo i governanti corrotti, ma anche i fornitori di prestiti impagabili, che di rado vengono accusati di essere complici della povertà e dell’abbandono.

La mancanza di investimenti in educazione e la mancanza di significato dell’educazione sono forse due dei problemi più grandi.

E quali sono le misure più urgenti? Quali in Europa?

Dal punto di vista degli investimenti, riuscire a far sì che ogni paese destini all’educazione almeno il 6% del prodotto interno lordo; eliminare ogni forma di riscossione di tariffe o pagamenti come condizione per ricevere educazione e recuperare la sovranità dei popoli nelle decisioni di investimento finanziario in educazione.

Il fatto di avere una banca che traccia i limiti e gli orientamenti dell’educazione nel mondo non smette di essere un problema. E’ come avere un meccanico di automobili come chirurgo in ospedale. Credo che raggiungeremmo qualcosa, senza dubbio, se la Banca Mondiale finalmente integrasse nel centro delle proprie azioni la realizzazione dei diritti umani. Ma credo anche che morirò senza assistere a una cosa del genere.

Come si configura la relazione tra pubblico e privato nell’educazione?

E’ una relazione problematica, anche se meno difficile di come vogliono mostrarla molti attivisti dei diritti umani.

L’educazione privata dovrebbe rifarsi agli stessi principi che orientano l’educazione pubblica. Ed entrambe dovrebbero riferirsi ai propositi dichiarati nel Patto Internazionale dei Diritti Economici, Sociali e Culturali e nella Convenzione sui Diritti del Bambino, tra gli altri.

L’educazione privata non è autorizzata a trasalire gli obblighi stabiliti dagli strumenti dei diritti umani, anche se le si dà la possibilità di offrire agli studenti il tipo di educazione che desiderano i loro padri e madri, che per questioni di politiche educative non trovano nella scuola pubblica.

Questo è il caso dell’educazione religiosa e dell’educazione nel contesto di determinate tendenze di valori sociali, capacità e conoscenze culturali o artistiche, per fare alcuni esempi.

Per quello che osserviamo in molti paesi latinoamericani, per esempio, l’aducazione privata è una risposta commerciale al supposto deficit di qualità o copertura dei sistemi pubblici. Nel caso di un paese asiatico sappiamo che la totalità dell’offerta di educazione prescolare è privata (!), perché nella definizione di educazione basica non si obbliga lo Stato a offrirla.

Quando si pensa l’educazione come un bene oggetto di mercato, la risposta più frequente degli stati con economie periferiche e subordinate è considerarla “deficitaria”, “improduttiva” o “poco conveniente”. Si tratta di una spesa che il governo deve fare e che pertanto deve anche essere minimizzata al massimo. Come conseguenza di questo, in molti casi il bilancio destinato agli eserciti continua a crescere a scapito dell’educazione e le scuole pubbliche vengono indebolite per rafforzare l’idea che l’educazione privata sia l’unica soluzione.

Crede che l’educazione potrebbe essere un rimedio efficace contro la povertà e la guerra? In che misura?

In media, tra i paesi membri dell’OCSE, gli studenti appartenenti al quartile più svantaggiato hanno una probabilità di fallire in matematica 3 volte e mezzo superiore rispetto agli altri alunni. Questa situazione è stata documentata in Italia e Germania, per esempio, e in quest’ultimo paese si è riusciti a dimostrare anche che questi studenti svantaggiati hanno una provenienza migratoria, il che ha obbligato le autorità educative a ripianificare riforme educative per rispondere a questo problema.

La povertà esiste essenzialmente perché c’è una cattiva distribuzione della ricchezza e non necessariamente per mancanza di educazione. Ma ovviamente, così come dimostrato dai risultati del PISA (Program for International Student Assessment), la mancanza di educazione e la cattiva educazione riproducono e aggravano la povertà. Ne deriva che una persona istruita ha innumerevoli risorse per uscire dalla povertà.

In ogni caso, la disconnessione tra propositi e azioni in educazione si muove nel quadro di disuguaglianze e asimmetrie strutturali, nel quale si promuove anche la falsa idea che la crescita economica sia l’obiettivo principale dell’educazione. In questo modo, ad esempio, la Banca Mondiale e il WTO hanno insistito a fomentare l’educazione delle bambine come modo per incrementare il reddito pro-capite. Ma sappiamo bene che la crescita economica non porta sempre allo sviluppo umano e che il reddito pro-capite è una mera quantificazione dell’efficienza mercantile o produttiva globale e non ha una relazione evidente con l’equità sociale.

Non esiste nemmeno un’equazione certa tra scolarizzazione e qualità di vita delle persone. Sappiamo che a Roma ci sono migliaia di avvocati senza lavoro e anche nel mio paese i medici devono cercare lavoro come tassisti. Nello stesso modo, la differenza di reddito tra una persona con titoli e chi non ne ha in Paraguay è di 300 a 1, mentre in Malesia è di 30 a 1. Per questo non è una buona idea nemmeno quella di ridurre la realizzazione del diritto all’educazione all’ottenimento di un titolo o di un lavoro.

Quali sono i punti principali del suo programma di lavoro?

Il ruolo di Relatore Speciale nei primi suoi sei anni di esistenza ha portato avanti un processo di definizioni concettuali e di costruzione di un quadro teorico necessario per comprendere i progressi verso il diritto umano all’educazione. Durante questo periodo si sono definite alcune categorie basiche e si sono costruiti i contorni metodologici e gnosseologici necessari.
Oltre a questo mi sono proposto di puntare la mia attenzione sulle necessità specifiche di popolazioni concrete che sono state storicamente escluse e alle quali si è negato con particolare enfasi il diritto umano all’educazione e all’apprendimento. Per questa ragione ho iniziato, per i miei report tematici, dalla situazione delle bambine e adolescenti e continuerò con il caso delle persone disabili, quindi degli altri gruppi discriminati. Poi vedremo.
Il tema dell’uguaglianza di opportunità, del rispetto della diversità e della ricerca del significato dell’educazione per me sono questioni centrali. Credo sinceramente che dobbiamo proseguire nella costruzione di una cultura dei diritti umani per abbandonare il quadro patriarcale che ha causato tante sofferenze. Per questo motivo ho insistito sul fatto che il contenuto dell’educazione forma parte indissolubile della realizzazione del diritto all’educazione e, di conseguenza, questo diritto non si limita a questioni di accesso, né di permanenza a scuola. Mai prima d’ora tante persone “istruite” avevano assassinato altre persone o causato tanta distruzione della natura. Questo ci dice molte cose sul tipo di educazione che abbiamo promosso e sulla necessità di cercargli un nuovo significato. Spero di avanzare in questa direzione.

Può riportare in sisntesi il problema della discriminazione femminile nell’apprendimento? In che modo questo si riflette nei problemi generali dell’educazione?

La mia ultima informativa al Consiglio dei Diritti Umani è stata centrata su questo tema. Mi sono approcciato al contesto socio-culturale della discriminazione per motivi di genere sottolineando i fattori aggravanti e il compito essenziale che ricoprono l’insegnamento e l’apprendimento dei diritti umani e la loro applicazione concreta all’interno delle aule per lottare contro la discriminazione per motivi di sesso e genere.

Credo che il quadro sociale di credenze e condotto patriarcalistiche abbia avuto un impatto molto profondo sulla scuola e continua ad averlo. Per esempio, il fatto che nessun paese sia riuscito a superare la breccia di genere è una prova chiara di quanto si sia fallito nell’impegno educativo, considerando anche che molti dei problemi che l’educazione affronta risiedono nell’intorno discriminatorio e non necessariamente nella scuola.

I dati sono molto chiari. L’Obiettivo di Sviluppo del Millennio relativo alla parità di generi nell’educazione primaria è fallito in 94 dei 149 paesi sui quali si dispone di informazioni e la maggior parte di essi rischia di non raggiungere la parità nemmeno entro il 2015.

In ogni modo, la nozione di “parità” non implica il concetto sostanziale di “uguaglianza”, dal momento che l’immatricolazione di un numero di bambine pari a quello dei bambini non significa che esse vangano trattate con dignità e rispetto, né che vengano formate con le stesse opportunità e vantaggi.

Abbiamo visto, per esempio, che le questioni di genere sono date ormai per “scontate” in alcuni paesi del primo mondo, quelli che si accontentano di offrire una visione meccanicistica o biologicistica delle relazioni affettive prima di approfondire la costruzione di una nuova mascolinità, sensibile e responsabile. Anche questo è un lavoro di genere, ma difficilmente si è fatto con la profondità e urgenza delle quali ha bisogno.

Il lavoro di genere in educazione è un lavoro per l’uguaglianza e la giustizia, perché le responsabilità umane sono modi di comprendere e rispettare i diritti degli altri. Raggiungere questa coscienza è un compito dell’educazione.

 

 

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Redazione: c/o Dipartimento di Scienze dell'Educazione dell'Università degli Studi
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