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Una lezione sempre attuale
A dieci anni dalla sua morte, occuparsi di alfabetizzazione significa anche tornare con la mente ad un pedagogista ed educatore - Paulo Reglus Neves Freire - che fece della sua vita un impegno costante per la lotta contro l’analfabetismo, quale strategia per l’umanizzazione delle condizioni di vita non solo dei diseredati e svantaggiati delle favelas ma anche di molti altri Paesi del mondo intero.
Di fatto, l’alfabetizzazione degli adulti fu un preciso campo di riflessione e di intervento privilegiato, maturato all’interno di una vita travagliata sin dall’infanzia e della quale egli stesso ricorda:“Bambino ancora, mi sono trasformato in un uomo grazie al dolore e alla sofferenza, che tuttavia non mi hanno sommerso nelle ombre della disperazione” .
D’altra parte, il NordEst del Brasile presentava una quantità così innumerevole di analfabeti e una condizione di vita talmente degradata che era impossibile, per un educatore come lui, ignorare questa dura realtà e contemporaneamente non lasciarsi prendere da essa, per un’avventura pedagogica la cui scommessa fosse la coscientizzazione degli adulti. Finalità a lui cara che sicuramente vide come culla del suo pensiero le qualità intellettuali, etiche ed educative del padre, Joaquin, che, costretto da un incidente a non lavorare, si dedicò ai figli intensamente, tanto che lo stesso Freire scrisse:“alcune cose che propongo come teoria pedagogica, democratica, in fondo le ho sperimentate assieme a lui” .
Anche prescindendo dal contesto politico e storico in cui Freire operò, la sua lezione torna ancora di estrema attualità se si considera che essa parte dall’assunto che la reiterazione di una concezione non-strutturale dell’analfabetismo ha messo in luce una visione sbagliata degli analfabeti, come fasce di persone definibili a-storicamente come soggetti emarginati, per i quali la stessa offerta educativa diventa un ammortizzatore sociale.
In realtà, proprio questa concezione costringe coloro che li considerano tali - sostiene Freire - a dover riconoscere l’esistenza di una realtà in rapporto alla quale gli analfabeti sono emarginati, non solamente all’interno di uno spazio fisico, ma nella realtà storica, sociale, culturale ed economica, vale a dire in una dimensione strutturale della realtà .
Se, quindi, l’analfabetismo è la risultante di scelte politiche ed economiche che conducono ai margini dell’esistenza fasce considerevoli di popolazione, bisogna allora riconsiderare tutto ciò che implica una posizione del genere: non solo povertà in relazione alle più elementari necessità per la conduzione di una vita almeno dignitosa, ma anche, e soprattutto, una costrizione a disperare, a non poter nutrire cioè la speranza per un futuro che possa essere rappresentato con scenari ipoteticamente diversi a motivo di un contesto che strutturalmente li nega, per poter continuare ad alimentare la parte “graziosa” della società. Ai giorni nostri, la forbice della globalizzazione, nell’ampliare secondo una progressione matematica il numero - comunque fortemente contenuto - dei ricchi, amplia a dismisura, secondo una progressione esponenziale, quello dei poveri . E questa è una condizione che Freire definirebbe strutturale.
Nell’analisi di Freire appare chiaro ed evidente che nessun uomo opterebbe per una esistenza del genere; essa può continuare ad esistere solo lì dove ci sia qualcuno ad imporla, anche se non necessariamente con la forza brutale di una dittatura cruenta: l’analfabetismo non è, quindi, una forma di ineluttabile emarginazione scaturente da condizioni fatalisticamente intrinseche, perché esse si vengono a creare in una situazione di scelte, operate in ristretti luoghi decisionali, alle quali resistere sarebbe d’obbligo se il riscatto non fosse impedito da condizioni strutturali espresse attraverso l’esercizio di un potere comunicativo abilmente persuasivo o mediante il ricorso, ad hoc, ad una legge di natura che riporta l’uomo a quella società istintiva dalla quale si era sottratto attraverso l’incessante e defatigante lavoro generazionale.
Da questo punto di vista, l’analfabeta non è solo colui che non sa dire la parola, ma è, soprattutto, l’oppresso cui viene negato il diritto ad esprimere la parola e, quindi, l’analfabetismo è una condizione mentale che trascende anche dalle più o meno possedute capacità alfabetiche e numerarie.
Lo stesso Freire critica gli sforzi di tutti quegli alfabetizzatori che, considerando quale ultimo scopo dell’educazione il possesso della parola - oggi potremmo dire delle competenze per l’occupabilità - si sono dati l’illusoria certezza di stare operando per il riscatto di un’umanità sofferente.
In realtà, l’alfabetizzazione è qualcosa di più del semplice dominio meccanico di tecniche per scrivere e leggere. Essa è il dominio di queste tecniche in termini coscienti e, dunque, porta con sé un atteggiamento di creazione e ricreazione . Implica un’auto-formazione che porta a un atteggiamento attivante dell’uomo su se stesso, sul suo contesto per una sorta di cura di sé in uno con quella degli altri.
Nella prospettiva educativa freieriana occorre fornire all’analfabeta la capacità di utilizzare la parola in maniera personale, autonoma e il metodo proposto è quello della scoperta della parola stessa dall’interno del contesto a cui l’alfabetizzando appartiene e a cui riferirsi per poterla riconoscere come propria .
L’alfabetizzazione è, quindi, concepita da Paulo Freire come processo di ricerca non come “deposito”, di creazione non come trasmissione, di recupero da parte dell’adulto della sua possibilità di semiticamente “nominare” e, quindi, di esprimere la soggettività rispetto all’oggetto, affrancandosi in tal modo da quelle forze rappresentate come ineluttabili delle quali si servono gli oppressori per conservare lo status quo ovvero la propria egemonia. Di qui la necessità, in Freire, di educare anche gli oppressori per liberarli dalla condizione di oppressori che li tiene nel costante allertamento per difendersi dagli oppressi che temono, ovunque essi siano. In ciò, se è senz’altro ravvisabile la visione antropologica cristiana del pedagogista-educatore Paulo Freire, non è possibile non scorgere anche la visione Gelpiana di aspra critica rivolta agli intellettuali, agli insegnanti, ai pedagogisti, agli educatori, agli operatori culturali nel severo richiamo alle loro responsabilità storiche e di funzione sociale ormai inespressa o quanto meno accomodante se non funzionale al principe di turno.
Alfabetizzare, dunque, secondo Freire, non vuol dire solo “insegnare a leggere, scrivere e fare di conto ma anche insegnare ad ascoltare, parlare e gridare.
(…) L’essere umano, prima di parlare, grida; infatti, noi nasciamo gridando.
Se al popolo… è stato proibito di parlare… è necessario imparare a gridare con il popolo” .
L’uomo apprende la necessità di scrivere la sua vita, di approfondire la sua vocazione ontologica e storica, di umanizzarsi e di inserirsi criticamente nella propria realtà per cercare, come soggetto tra altri soggetti, la propria trasformazione .
In questa prospettiva si comprende come alfabetizzare significa dare, o meglio restituire, alla gente comune ciò di cui è stata defraudata, perché possa percepirsi come soggetto con una propria dignità, in grado di prendere le proprie decisioni in maniera libera e autonoma, almeno per quel tanto o quel poco che consente la condizione umana di ciascuno.
Non a caso l’obiettivo principale dell’alfabetizzazione, secondo il pensiero di Freire, consiste nella coscientizzazione, cioè nella presa di coscienza attiva e consapevole delle proprie condizioni nel contesto lavorativo e sociale in cui ciascuno si trova a vivere e a lavorare. Ciò perché, attraverso un’alfabetizzazione che non si limiti all’acquisizione di tecniche funzionali, è possibile aiutare e sostenere una percezione politica della realtà vissuta e rappresentata, abilitare e mettere gli oppressi, cioè i nuovi analfabeti di base e/o di ritorno, nelle condizioni di acquisire conoscenza e condizionare l’esercizio di un potere che stenta sempre di più a chiudere il cerchio virtuoso della democrazia partecipante.
Coscientizaçao
La parola portoghese “coscientizaçao” è utilizzata da Freire per indicare il processo con il quale gli uomini si preparano ad inserirsi criticamente nell’azione di trasformazione, avendo così l’opportunità di riscoprire se stessi attraverso la riflessione sul processo stesso della propria esistenza.
“Coscientizaçao”. Molti credono che questa parola, diffusa in Europa e negli Stati Uniti dal vescovo brasiliano Helder Camara, sia stata coniata dallo stesso Freire. Il pedagogista ne ha sempre rifiutato la paternità, attribuendone la creazione ad uno dei professori dell’èquipe dell’Istituto Superiore degli Studi Brasiliani, disciolto dal regime militare del ‘64 . Così egli scrive: “ho partecipato molto alle loro ricerche ed è stato precisamente lì che ho udito per la prima volta la parola coscientizzazione e mi sono accorto immediatamente della profondità del suo significato, perché ero assolutamente convinto che l’educazione, come pratica della libertà, è un atto di conoscenza, un avvicinarsi criticamente alla realtà”.
Ciò che si cerca di fare nel processo di coscientizzazione non è attribuire alla coscienza un ruolo di creazione, ma al contrario nel riconoscere il mondo statico “dato” come un mondo dinamico “che dà” . È la capacità di elaborare la realtà esterna e darle un nome con l’aiuto dell’educatore, che favorisce questo processo.
L’ alfabetizzazione e la coscientizzazione sono, dunque, per Freire, inscindibili – forse sovrapponibili -, così come qualsiasi apprendimento deve essere legato alla presa di coscienza della situazione reale dell’educando; riflessione e azione sono, quindi, indissociabili perché l’azione è prassi solo se il sapere che l’accompagna si fa esso stesso oggetto di riflessione critica per la trasformazione di una realtà troppo spesso data come fissa perché abilmente invocata come appartenente ad un ordine immutabile.
La coscientizzazione ha come punto di partenza proprio l’uomo illitterato o semi-illitterato, con la sua maniera propria di percepire e comprendere la realtà ed è per questo che l’azione educativa di Freire e la sua riflessione trovano fondamento nella vita quotidiana della gente comune e nei luoghi da essa abitati: il lavoro, la famiglia, la vita nelle periferie degradate o abbandonate, nelle città tumultuose e alienanti.
L’alfabetizzazione, per Freire, deve rimandare al contesto in cui vivono gli alfabetizzandi: ai suoi allievi brasiliani non insegnava “F” di farfalla ma, piuttosto, “F” di favela, non le parole decise dall’accademia, ma quelle nate dall’esperienza quotidiana .
Radicando i processi di alfabetizzazione nelle esperienze e conoscenze della gente a cui si rivolgeva, Freire riusciva a cogliere la dimensione motivazionale dell’ apprendimento innescando, così, il meccanismo virtuoso della rapidità dell’apprendimento stesso .
In tal modo risulta evidente che l’alfabetizzazione era da intendersi, anche e soprattutto, come un processo socio-cognitivo di emancipazione e al tempo stesso di crescita politica, come una risorsa a cui attingere per una più ricca ed equilibrata crescita individuale e di comunità, in ciò offrendo un contesto di lettura fortemente politico per ogni forma di conoscenza diffusa quale opportunità per la cittadinanza e la vita democratica. Conoscenza, dunque, per la cittadinanza e la vita democratica, non per l’asservimento a nuove forme di schiavitù più sofisticate e, dunque, più subdole.
Da questo punto di vista, occorrerebbe insegnare a leggere la “T” come totalitarismi - vecchi o nuovi che siano - e non solo come “T” di tecnologie che, ove rappresentate come l’unico panorama possibile di alfabetizzazione, si palesano come un richiamo seduttivo e una nuova forma di totalitarismo di tipo tecnocratico; e così pure occorrerebbe imparare a leggere la “I” come intelligenza e idiograficità e non solo come internet e inglese, laddove lo stesso studente, protagonista de’ “L’auberge espagnole” , dopo tanto “navigare” e “meticciarsi”, ogni volta che dismetteva i panni del giovane funzionario europeo correva a ripercorrere i luoghi dove, talora spensieratamente, talaltra con non poca vicissitudine, aveva appreso a crescere, ad essere se stesso, a tessere la sua personale storia di vita.
Il pensiero di Freire, pur raccogliendo valutazioni spesso positive, non è stato esente da critiche, e tra le più diffuse si ricordano quelle di E.W. Vasiloff e C. Scurati , le quali, pur essendo ormai datate, hanno contribuito non poco al permanere, in Italia, di un atteggiamento ostile o di dimenticanza nei confronti di un pedagogista che, invece, torna oggi di estrema attualità, mentre non poche esperienze contemporanee, europee e del bacino del Mediterraneo, fanno riferimento ai suoi scritti e alle sue rivisitate pratiche. Se, per il primo, Freire sembrerebbe tralasciare altre questioni pedagogiche molto differenti da quella da lui esaminata in favore della sola alfabetizzazione, per il secondo il pedagogista brasiliano appare quasi banale nelle sue critiche rivolte alla scuola e ai metodi didattici.
In realtà, è proprio il suo ultimo libro, recentemente rieditato, Pedagogia dell’autonomia: saperi necessari per la pratica educativa che pone Freire nuovamente all’attenzione di pedagogisti, educatori, insegnanti, politologi e decisori pubblici, per il suo interesse verso i temi della professionalizzazione degli insegnanti, dell’autonomia gestionale, didattica e pedagogica della scuola, dell’interdisciplina, avendo sullo sfondo, da un lato, i temi forti della globalizzazione economica, dello sfruttamento della Terra, della mercantilizzazione delle risorse e della mercificazione della vita e, dall’altro, la necessità di educare verso una comune cittadinanza terrestre, nella consapevolezza del debito contratto da ciascuna generazione nei confronti di quelle precedenti e più ancora verso le successive, della convivenza democratica e accogliente, di una conoscenza diffusa ma che, nella sua ridondanza disorientante, si mostra sempre più oligocratica.
Di fatto, una delle conseguenze più rilevanti della globalizzazione, come della rivoluzione tecnologica che l’accompagna, è la trasformazione della natura stessa del lavoro. Lo sviluppo tecnico ha reso possibile un’incorporazione nelle macchine di molte funzioni cognitive e un cambiamento strutturale del processo di produzione. L’alienazione non solo non è scomparsa, ma tende ad assumere forme storiche diverse rispetto al passato, forme che sfuggono alla criticità, al controllo e alla possibilità della lotta per la costante saturazione delle menti da parte di un’assordante vocìo volutamente privo di senso e di significato.
Tutti questi cambiamenti hanno avuto un impatto fortissimo anche sui sistemi educativi che risultano indeboliti sia nella loro capacità di formare individui autonomi e consapevoli di se stessi e del mondo, sia nel loro ruolo di sostegno alla produttività del sistema. Quest’ultimo aspetto è particolarmente importante perché costituisce una novità nella storia dei sistemi educativi, dal momento che appare in controtendenza rispetto alla tesi, mai dimostrata come veritiera, delle virtù della società globale e della conoscenza a valorizzare, per intrinseca capacità, il cosiddetto “capitale umano”. Un’analisi non viziata dall’ottimismo positivista si soffermerebbe un po’ più attentamente sul fenomeno della sovraqualificazione apparso negli ultimi dieci anni nelle società industrializzate e sul mito del self-made-man che fa transitare dalla soggettività centrata sulla coscientizzazione e sull’autonomia critica del soggetto al più pericoloso soggettivismo fagocitante e autoritario.
Nonostante l’aggressività del neo-liberismo, che cerca di piegare l’uomo e la scuola alle richieste di mercato senza regole, gli individui esprimono un inconsapevole e represso bisogno di una educazione umanizzatrice. Occorrerà, allora, declinare la pedagogia di Freire, tentare di contestualizzarne il pensiero ed il metodo valorizzando soprattutto la tesi che non è possibile per gli educatori, per gli insegnanti, per i ricercatori essere neutrali dinanzi a ciò che accade nel mondo e che non vi può essere scissione fra educazione e politica , pena per taluni d’essere cattivi maestri e per altri dei don Chisciotte.
La pedagogia di Freire, nonostante i suoi molteplici detrattori, con la sua visione fenomenologico-esistenziale della coscienza, getta le basi per una filosofia dell’educazione centrata sul soggetto e sulla sua libertà all’interno di una nuova narrazione, intersoggettiva ed eticamente fondata, del mondo , perché le parole non veicolano soltanto significanti, ormai pietrificati, ma evocano storie individuali e collettive, emozioni ed esperienze vissute che riempieno quelli di nuovi significati accomunanti in una rinnovata comprensione della realtà per la sua trasformazione dall’interno stesso delle comunità di appartenenza, come sosteneva Raffaele Laporta .
In questo orizzonte, la pedagogia di Paulo Freire diventa uno straordinario supporto per una rinnovata riflessione sui temi propri dell’educazione oltre che dell’alfabetizzazione degli adulti, al fine della costruzione di un neoumanesimo del quale si avverte sempre di più la necessità, collocandolo così accanto a pensatori contemporanei di pari sintonìa quali Erich Fromm, Carl Rogers, Victor E. Frankl, Ettore Gelpi, Edgar Morin, per citarne solo alcuni.
Non a caso, in fondo, ad un giornalista israeliano che gli chiedeva in un’intervista, pochi giorni prima di morire, come volesse essere ricordato, egli rispondeva:“come una persona che ama la vita, che ama uomini, donne, il mondo, le montagne, l’acqua, la terra” ; questa, d’altra parte è una filosofia della vita per la quale l’importante è l’avere pienamente vissuto negli affetti autentici - e non di circostanza - delle persone e secondo la quale alle prove della vita occorre rispondere all’appello con tutta la propria lacerata Umanità - bandiera onorevole del combattente - e non con il suono monocorde e monotono di un meccanismo servente. Tuttavia, alla luce dell’insegnamento di Freire, anche i meccanismi serventi e gli oppressori devono essere alfabetizzati perché abbiano coscienza di ciò che sono e rappresentano per i pochi o i molti che opprimono.
Paulo R. N. Freire nacque a Recife, Rua do Encarnament, quartiere della Casa Amarela, nello Stato del Pernambuco, nel NE del Brasile, il 19 settembre 1921 e morì il 2 maggio 1997 nell’ospedale di San Paolo del Brasile. Fra l’altro, nel 1989 gli fu conferita la Laurea “honoris causa” in Pedagogia presso l’Università di Bologna, ma ricevé lo stesso conferimento anche dalla Open University di Londra, dall’Università di Lovanio, e dalle Università del Michigan e di Ginevra.
Freire P., Teoria e pratica della liberazione, testi scelti a cura dell’INODEP, Ave minima, Roma 1974, p.17.
Guidolin E., Bello R., Paulo Freire educazione come liberazione, Gregoriana Libreria Editrice, Padova1989, p. 89.
In: Telleri F., Bellanova B., Il metodo Paulo Freire nuove tecnologie e sviluppo sostenibile, CLUEB, Bologna 2002, p.13.
I contadini, per esempio, avevano il problema di non potersi recare a votare se non erano in grado di firmare un documento. Da questa necessità ne derivava un forte desiderio di imparare a scrivere.
Film franco-spagnolo (2002), del regista Cédric Klapisch, apparso in Italia nel 2003 con il titolo: “L’appartamento spagnolo”.
Cfr., Vasiloff E. W., Paulo Freire à travers ses ècrits, in « Perspectives », n. 6, Paris 1976, p. 316.
Cf. Freire P., Pedagogia dell’autonomia: saperi necessari per la pratica educativa, EGA Libri, Torino 2004.