RIVISTA INTERNAZIONALE di EDAFORUM
ANNO 2/ N. 7 - 28 febbraio 2007
 

INDICE

 

 

 

 

RECENSIONE

Angelo SEMERARO, Del sensibile e dell'immaginale, Icaro, Lecce, 2006

recensione di Maria Ermelinda De Carlo

Autore poliedrico, Angelo Semeraro analizza il mondo moderno, un mondo pret-a-porter, in cui domina il torpore della ragione e la dislessia dei linguaggi.
La serialità non ha portato altro che passività, assuefazione e noia.
Di fronte alla morte dell’immaginazione, all’atrofia sensoriale, all’inadeguatezza del sentire che rende il mondo indecifrabile, non si può “né ridere, né piangere, ma (cercare di) capire”.

Dall’idea di imparare a vedere di nuovo per poter poi prevedere si sviluppa la tesi centrale del testo.
Il “sentire”, “motore dell’immaginazione”, inteso come pathos della ragione, diventa il nuovo alfabeto sul quale investire nel futuro.
Solo le “energie immaginali”, secondo l’autore, sono in grado “di innovare, di osare, di spingere lo sguardo più avanti” .

Qualsiasi “terapia cognitiva” non può che partire dalla percezione.
Questa paidéia visiva nasce dalla ri-definizione del significato del “vedere”, che presso i greci a giusta causa, riceveva diversi significati in base all’atteggiamento che accompagnava l’atto stesso.   

Riabilitare l’attività di sensi serve per riscoprire il “mistero delle cose” (Benjamin), in quanto quella “combustione immaginativa”, dando luogo a quelle narrazioni emotive ininterrotte da “Mille e una notte”,  apre  nuovi orizzonti, orientando l’esistenza.

Bellissima è l’immagine che Semeraro fornisce dell’uomo odierno, homo videns, “accanito roditore di immagini”.
In un mondo dove tutto è esibito, in cui la parola ha lasciato il posto alle immagini e la trama del narrato allo sguardo “pre-potente”, l’autore riafferma il ruolo dell’immaginazione che invece “si accende dove le cose tacciono o appena si accennano”.
Ai rumori assordanti, il più delle volte muti, egli contrappone, attraverso un’ecologia dello sguardo, il silenzio, come qualità visiva dove si nascondono i significati autentici.

Sono proprio le potenzialità emotive e immaginative rese attive attraverso un’autoeducazione, il presupposto di una trasformazione economica e sociale che possa restituire ai soggetti il senso e alle cose il mistero.

Il testo è un invito esplicito a guardare il mondo con occhi bambini, inventandosi i sogni come nei racconti di McEwan; disimparando dagli schemi e provando a chiedersi di più il perché delle cose come il Palomar di Calvino; senza accontentarsi del già visto e del già sentito, ma lasciandosi guidare solo dalla curiosità di esplorare e di conoscere dei piccoli somali di Kapuscinski, per togliersi finalmente quella triste “custodia degli occhi” che fino ad ora ha evitato le emozioni e ha frenato le passioni, impedendo di vivere.

 

 

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