RIVISTA INTERNAZIONALE di EDAFORUM
ANNO 2/ N. 8 - 28 giugno 2007
 

INDICE

 

 

 

 

MONOGRAFICO

GIOVANI E POLITICA. ORIENTAMENTI PEDAGOGICI

di Angela Muschitiello

Introduzione

La necessità di effettuare una riflessione sul rapporto tra politica, giovani e pedagogia nasce dal fatto che oggi, in un epoca di profondi mutamenti sociali e di forte disorientamento valoriale,  termini come democrazia, cittadinanza, responsabilità sociale, sembrano aver perso il loro profondo significato e richiedono pertanto un nuovo impegno educativo. Infatti, se fino a ieri tali concetti erano implicitamente considerati finalità e preoccupazioni della politica, oggi invece appaiono solo strumentali ad essa. La politica oggi, come emerge da una indagine statistica , è considerata dai giovani mera tecnica di governo e gestione del potere e il suo obiettivo originario, quello di promuovere la partecipazione sociale e rendere ogni soggetto cittadini attivo e responsabile, sembra essere diventato, ai loro occhi, solo una utopia.  Di qui la disaffezione giovanile verso la politica e la perdita di senso del significato autentico della democrazia.  Ma se la politica, come afferma Bertolini , è un progetto di vita sociale, un orizzonte di senso, una prospettiva capace di legittimare e dare significato ad ogni attività e ad ogni intervento di vita, come è possibile risvegliare oggi l’interesse dei giovani alla partecipazione politica e recuperare il senso della democrazia? E’ stato nel cercare di rispondere a questa domanda che ho compreso quanto importante sia il ruolo della pedagogia di fronte a questa problematica dal momento che uno dei principali compiti dell’educazione è quello di promuovere, attraverso la costruzione delle identità personali, la relazione, la comunicazione, il rispetto dell’altro, la condivisione di valori e l’esercizio responsabile della libertà di pensiero e di azione. Ed è a partire da queste riflessioni che il mio contributo ha preso corpo.

 

1. Lo sguardo dei giovani sulla politica: alcune sollecitazioni  
Partiamo dai dati di fatto. Oggi come emerge dai risultati del 7° Rapporto Nazionale sulla Condizione dell’Infanzia e dell’Adolescenza , il numero dei giovani iscritti ai partiti è sempre più in calo ed è sempre minore anche la loro fiducia nelle istituzioni nonchè l’interesse verso il dibattito istituzionale. Da tale Rapporto emerge inoltre che il 70,8% degli adolescenti italiani è poco (33,2%) o per niente (37,6%) interessato alla politica e per la maggioranza dei ragazzi (53,7%) la situazione politica del nostro Paese appare difficile da comprendere. Da ciò emerge che i giovani non sono interessati alla politica in quanto nutrono sentimenti di sfiducia (il 71,3%) e diffidenza nei confronti di una classe che non ritengono portatrice di ideali collettivi ma solo di interessi personali e privati. La politica attuale non sembra in grado di proporre progetti, realizzare soluzioni e indicare prospettive per la realizzazione di una società migliore.
Sempre secondo tale sondaggio non siamo di fronte alla consueta disaffezione giovanile nei confronti della politica ma ad un allontanamento più profondo che si collega non solo alle modalità con cui i politici comunicano e si relazionano con gli elettori, ma soprattutto ai contenuti che propongono . Sembra dunque che la classe politica, pur essendo consapevole dei problemi dei giovani, non riesca effettivamente ad ascoltare le loro richieste, a comprendere il loro linguaggio e a risolvere i problemi che li riguardano, ma soprattutto che non riesca a veicolare valori e ideali forti che permettano loro di identificarsi e proiettarsi nel futuro.
Di qui la mia prima domanda: è la crisi della politica che provoca la mancanza di idee forti e di valori o è la mancanza di idee forti e di valori che produce la crisi della politica?
Non si può non considerare che negli ultimi decenni abbiamo assistito a molti cambiamenti di natura sociale, culturale, religiosa ed economica che hanno modificato il nostro modo di vivere, di pensare e di agire ed hanno visto quindi anche la politica cambiare i propri orizzonti e le proprie prospettive. Tale processo tuttavia non è stato accompagnato da una valida riflessione sulle direzioni di senso e sugli orientamenti di valore da perseguire con la attività politica che invece sembra essersi limitata ad impegnarsi a risolvere, e non sempre in modo adeguato, le emergenze e i bisogni dei cittadini come se questo fosse il suo unico compito. Le azioni politiche che si sono succedute nel tempo sembrano cioè essersi espresse senza manifestare più un ideale, un chiaro orizzonte di senso capace di legittimare le azioni e le scelte dei partiti
 Ed è proprio questo che i giovani lamentano. Così, sempre più timorosi e pessimisti nei confronti del proprio futuro personale e professionale, sempre meno protagonisti della scena sociale, i ragazzi di oggi hanno preferito per lo più chiudersi nel loro privato convinti che la società non sia capace di offrire loro opportunità interessanti e prospettive di ampio respiro ma costituisca solo un contesto con cui scontrarsi quotidianamente per cercare di affermare i propri diritti. Questa mancanza di fiducia nei confronti della società, ha così provocato nei ragazzi insoddisfazione, frustrazione, noia, disillusione, atteggiamenti che si riflettono in molti ambiti della loro vita. La attività politica, per loro, è solo vita di partito ed ha perso il suo significato originario di luogo di cittadinanza.
Sempre dal rapporto, però, emerge un ulteriore aspetto relativo all’atteggiamento dei giovani nei confronti della politica: la voglia di essere comunque protagonisti attivi della scena sociale. Come appare chiaramente dai dati, infatti, se da un lato i giovani hanno un livello basso di partecipazione politica manifesta, quella convenzionale caratterizzata soprattutto dalla vita di partito, presentano dall’altro un livello decisamente alto di partecipazione politica latente, quella non convenzionale. Questariguarda tutte le forme di aggregazione sociale senza scopo di lucro che vedono i giovani impegnati per dare un contributo attivo alla società attraverso azioni di volontariato o di impegno sociale più in generale, che si esprimono in forme di “associazionismo solidale”. Infatti, dai risultati delle cinque inchieste Iard sulla condizione giovanile in Italia effettuate dal 1983 al 2000 con cadenza quadriennale si ricava che:
- la partecipazione sociale dei giovani italiani, il cui asse portante è l’associazionismo, è una realtà oggi molto diffusa; l’impegno dei giovani è sistematico, fortemente pragmatico, espressivo, legato alla propria autorealizzazione, non privo di ideali;

- all’associazionismo si deve riconoscere una certa capacità di rafforzare la fiducia interpersonale costituisce il substrato delle forme di partecipazione politica non convenzionali, in particolare delle forme più moderate”

 
Il desiderio dei giovani di essere protagonisti e di individuare strategie che favoriscono la loro partecipazione attiva, è stato l’oggetto del 1° Congresso del Forum Nazionale dei giovani (Fng), intitolato "Here we are", realizzato a Roma  nell’Aprile 2004. Questo Forum, nato ufficialmente nel febbraio del 2003, è l’organismo ufficiale di rappresentanza di quarantaquattro associazioni sociali giovanili e rappresenta, attualmente, circa 3 milioni di giovani 

Tale congresso per i temi affrontati e per il forte livello di coesione tra le associazioni giovanili che lo costituiscono, evidenzia l’esistenza oggidi una realtà giovanile più matura e consapevole di quanto comunemente si creda. Il messaggio del congresso infatti, come riportato dal quotidiano “Avvenire” del 18 dicembre 2004, era chiaro: “Vogliamo essere ascoltati e contribuire alla realizzazione di una legge quadro per le politiche giovanili” .
Il Forum è nato autonomamente, per volontà di un pugno d’associazioni giovanili e per ora risulta essere l’unico organismo di rappresentanza in grado di colmare l’assenza nel nostro Paese di un Consiglio Nazionale dei Giovani. In Europa, infatti, solamente l’Italia e la Polonia ancora non hanno una consulta giovanile e una legge quadro sulle politiche giovanili. Il Forum, che ha come obiettivo principale quello di essere riconosciuto dal governo come parte sociale, vede iscritti circa tre milioni di ragazzi appartenenti a quarantaquattro associazioni giovanili diverse. Penso sia questo un evento particolare per il nostro tempo in cui si parla sempre più spesso di giovani disinteressati e completamente assenti nei dibattiti politici, ma forse troppo poco di quelli che vogliono fare, cioè essere protagonisti.
Queste considerazioni ci permettono di dare una prima risposta alla domanda iniziale da cui sono partita. Possiamo dire infatti che, evidentemente, non sono i valori e gli ideali a mancare poiché i giovani ne sono continuamente alla ricerca, ciò che manca è invece la capacità della politica di farsene realmente portavoce. E’ questo ciò che la rende poco interessante agli occhi dei giovani e troppo distante dai loro reali interessi e desideri.
2. Quale politica?
Come fare allora per far si che i giovani di oggi ritrovino l’interesse per la politica e la motivazione a “sporcarsi le mani” come dice Bertolini , cioè a diventare attori e protagonisti della vita politica in modo da dare ad essa nuovo senso e nuovi orientamenti?
Per raggiungere questo obiettivo occorre partire dal recuperare il significato originario del termine politica così come era inteso nella tradizione ellenica. Ci sono, infatti, nella concezione greca (soprattutto in quella platonica e aristotelica)  aspetti di etica e di educazione che andrebbero  ripresi oggi tenendo conto del mutato contesto storico, per dare nuovo vigore e valore al termine politica .
Nella tradizione greca, infatti, il termine politica era strettamente legato a quello di paideia . Vediamo come. Paideia, nel suo significato letterale ed originario significava  ''educazione'' intesa come tecnica con cui il fanciullo veniva preparato alla vita e, nel suo significato più profondo, voleva dire educazione permanente, compito del cittadino e del politico, precondizione di chiunque intendesse partecipare alla “custodia” civile, militare, culturale della propria vita . Il termine paideia poi, nel mondo ellenico è andato sempre più arricchendosi di significato fino ad esprimere l'ideale della formazione umana che si doveva realizzare attraverso la cultura, una cultura intesa come sviluppo dei più profondi valori umani. E’ da tale concezione del termine paideia che è scaturito quello di politica, inteso come massima espressione della pienezza umana poichéstava a rappresentare l’opportunità dell’uomo di esprimere se stesso e dare senso alla propria esistenza partecipando alla vita della polis e diventando così cittadino a pieno titolo.
In tale concetto di politica erano pertanto insiti precetti quali la necessità dell’ accrescimento della consapevolezza e delle responsabilità degli uomini di essere cittadini e cioè soggetti attivi della  comunità di appartenenza, e la necessità che gli amministratori e i politici della polis fossero in grado di vegliare per garantire ai cittadini le opportunità e le norme atte a favorire il perseguimento di mete di vita, per sé e, contemporaneamente, per l’esercizio della cittadinanza. Come successivamente affermò Hanna Arendt : “…nella vita pubblica della polis si decideva con la persuasione, con la parola, non con la forza e la violenza. Attraverso la politica si accedeva alla libertà perché non si era sottomessi, ci si poteva sentire se stessi, interagendo con gli altri per azioni e imprese liberamente scelte…”
Tale concetto di politica era inoltre strettamente legato anche a quelli di logos e di ethos. Logos  significava parola, scambio, relazione, comunicazione e condivisione di idee, pensieri, valori, progetti . Per Aristotele il linguaggio era lo strumento che permetteva di manifestare ciò che era utile e ciò che era dannoso, ciò che era giusto e ciò che era ingiusto . Ecco perché politica stava anche a significare educazione alla parola, perchè attraverso la parola e il dialogo l’uomo era messo in condizione di scegliere liberamente un comportamento responsabile. Ethos, invece, in greco significava comportamento, costume.
Questo termine, introdotto nella filosofia greca da Aristotele, faceva riferimento a quella parte della filosofia che studiava la condotta dell’uomo, i valori che la orientano e i criteri in base ai quali valutare scelte e comportamenti. Per i greci era l’ethos a caratterizzare l’uomo poiché gli permetteva di rispondere di se stesso e  di rendersi responsabile di sé e delle proprie azioni , e la paideia costituiva quel processo di crescita personale che permetteva di sviluppare correttamente l’ethos.

Oggi il significato originario di politica, così ricco come si presentava nella tradizione greca, è andato perduto quasi completamente. Nelle democrazie odierne il significato greco della paideia sembra si sia sempre più modificato nel primato di una ragione tecnica e procedurale che non permette di condividere idee e significati, cioè di alimentare la relazione intersoggettiva (logos) e di realizzare un ethos comune.
Come fare allora per recuperare, nella politica di oggi, il senso profondo della paideia? Quali vie esistono o sono ipotizzabili per stimolare la partecipazione di tutti alla  vita politica, sociale e culturale? Come si può promuovere l'impegno per i diritti umani, la libertà, il pluralismo e lo Stato di diritto?
2. Si può educare alla politica?
Anche oggi, come in passato, l’educazione e la cultura giocano un ruolo fondamentale non soltanto per lo sviluppo dell’uomo e della sua personalità ma anche per la piena realizzazione della sua identità di uomo e di cittadino.
E’ proprio nella ricerca di paradigmi alternativi riguardanti l’educazione e la cultura che la pedagogia deve  intervenire dal momento che i processi educativi, che ne costituiscono l’oggetto, sono per loro natura caratterizzati da un’attenzione complessiva per l’essere umano e sono dunque i primi ad essere chiamati in causa se si vuole promuovere la partecipazione attiva e creativa di ogni persona all’avventura culturale e umana, dunque politica, della società cui appartiene.
Compito della pedagogia, pertanto, è quello di sviluppare percorsi di educazione al pensiero critico che mettano ogni persona in condizione di costruire la propria identità personale attraverso la relazione, la comunicazione, la condivisione, facendo leva sul sentimento di appartenenza e sulla consapevolezza di essere parte costitutiva e fondante della vita della società cui si appartiene.
L’educazione cioè oggi deve farsi pratica di libertà, deve promuovere uno spirito di problematizzazione che porti adulti e giovani a porsi domande di convivenza sociale sempre diverse, a cercare soluzioni sempre innovative ed efficaci e ad impegnarsi per renderle concretamente realizzabili. Come pedagogisti bisogna sempre credere nel cambiamento e impegnarsi affinché i giovani facciano lo stesso.
Quali allora i percorsi educativi da adottare per sostenere efficacemente i giovani in questa ricerca di nuovi orizzonti di senso e per motivarli a rendersi protagonisti attivi della vita politica della propria società?

Il punto di partenza dal quale muoversi è l’educazione alla legalità intesa come riflessione sul significato e sulla funzione del diritto quale  insieme di norme che regolano la convivenza sociale. Obiettivo di questo intervento educativo deve essere quello di sviluppare la consapevolezza che regole, norme e leggi, sono opportunità e strumenti che consentono ad ogni cittadino di esercitare ed usufruire pienamente della propria libertà nel rispetto della libertà altrui e non sono invece obblighi e doveri da subire in modo passivo e acritico. Esse infatti, da un lato garantiscono la tutela dei diritti di ogni singolo cittadino, dall’altro  delimitano spazi di autonomia e di libertà individuale che, se ben utilizzati, permettono a ciascuno di trovare il proprio spazio nella società e di costituirne parte attiva attraverso l’impegno politico .

L'educazione alla legalità, entrata a pieno titolo nel dibattito pedagogico, ha per oggetto la natura e la funzione delle regole della vita sociale, i valori della democrazia, l'esercizio dei diritti di cittadinanza, il rispetto dei diritti umani. Educare alla legalità significa elaborare e diffondere la cultura dei valori civili, acquisire una consapevolezza più profonda dei diritti di cittadinanza, partendo dalla consapevolezza della pari dignità di tutti gli uomini. Educare alla legalità significa aiutare i giovani a comprendere come l'organizzazione della vita personale e sociale si fondi su un sistema di relazioni giuridiche, a sviluppare la consapevolezza che valori quali dignità, libertà, solidarietà, sicurezza non devono considerarsi come acquisite per sempre, ma vanno perseguite, volute e, una volta conquistate, protette.

Educare alla legalità vuol dire in primo luogo praticarla: le regole non devono essere presentate come puri comportamenti obbligatori ma devono essere vissute con consapevolezza e partecipazione. In tal senso educare alla legalità, oltre ad essere una premessa culturale indispensabile, si deve porre come sostegno operativo quotidiano, perché solo una efficace azione educativa su tali argomenti può modificare radicalmente le coscienze e la cultura dei giovani, e incidere sull' incalzante dilagare del fenomeno criminale (bullismo, dipendenze, etc..), che ultimamente, tra i giovani va dilagando proprio a casa della perdita del senso di responsabilità civile.  Per recuperare e per affermare il valore della cultura della legalità, la pedagogia, pertanto, deve partire dal promuovere il concetto di cittadinanza sviluppando una profonda riflessione sui principi fondamentali in democrazia quali, "diritto" e "dovere", intesi come necessità di esercitare la propria libertà nel rispetto della libertà degli altri, delle regole e delle norme sociali.
L'educazione alla legalità deve tendere a facilitare la piena realizzazione di una cittadinanza democratica stimolando la partecipazione responsabile di ogni soggetto alla vita sociale, sviluppando la concezione del diritto come espressione del patto sociale e valorizzando la nozione di interesse comune. Questo è necessario dal momento che buona parte dei problemi che minacciano oggi la convivenza pacifica all’interno della società, sono attribuibili non solo a fattori economici, naturali, storici, ma anche a interventi nella sfera pubblica che trascurano l'interesse della collettività per privilegiare interessi particolari. Il principio di legalità in democrazia rappresenta, pertanto,  un mezzo di prevenzione a questi rischi.
3. Alcune proposte operative
A partire da queste riflessioni appare chiaro che il primo passo per risvegliare l’interesse dei giovani alla vita politica  deve essere quello di rifondare il rapporto tra istituzioni pubbliche e associazioni volontarie che dovrebbero essere capaci di darsi mutuo sostegno su alcuni valori di fondo, senza rinunciare alla reciproca autonomia. Questo invece purtroppo non accade quasi mai dal momento che  le associazioni quasi sempre si rivolgono alle istituzioni di governo locale solo per trovare risorse e, viceversa, le istituzioni pubbliche considerano, impropriamente, il volontariato uno strumento per risolvere i propri problemi di bilancio derivanti dai drastici tagli ai trasferimenti .Sarebbe auspicabile, invece, una crescita di azioni concertate tra istituzioni come la scuola, gli enti locali, le università, le imprese, la stampa e le radio locali da un lato, e gruppi e movimenti attivi nel territorio, dall'altro, in modo da attivare il potenziale di morale civica e da veicolare la propensione dei giovani alla mobilitazione verso obiettivi funzionali allo sviluppo delle comunità, del territorio e di tutta la società. I giovani infatti vogliono emergere, vogliono far sentire la loro voce  ma si scontrano costantemente con la mancata attivazione da parte delle istituzioni di canali efficaci e validi di comunicazione.
Oggi per diventare cittadini di un mondo che vuole riconoscersi in valori comuni - pace, diritti umani, sviluppo, ambiente - e promuovere un’osmosi tra crescita economica, sviluppo democratico e rispetto della persona umana è necessario realizzare forme di produzione culturale ed educativa non solo individuale ma collettiva . La cultura che si fonda sui diritti umani è infatti una cultura pervasiva, che libera e apre, che considera la scuola, l’università, il mondo dell’informazione e quello dei poteri locali, regionali e nazionali come un cantiere, un laboratorio di costruzione della nuova cittadinanza democratica che pervade l’intero arco della vita della persona .
E’ necessario allora che insieme alle nuove generazioni, a partire dalla scuola di base, sia ricostruito il lessico della democrazia, non solo recuperando i significati delle sue parole fondanti (democrazia, libertà, uguaglianza, costituzione) ma stabilendo una connessione con ciò che esse vogliono dire nella vita di ciascuno e della collettività in termini di pratiche (riprendendo l’idea deweyana della scuola come luogo di vita democratica).
L’insegnante, co-costruttore di saperi, è anche regista di una piccola vita sociale dell’alunno che nella scuola si costruisce come momento di prova e di iniziazione a quella che più tardi sarà la partecipazione alla più vita della società. Solo una scuola che non dimentica l’etica pubblica è davvero pubblica.
Per evitare che la parola politica si cristallizzi, si solidifichi e diventi priva significato, è importante allora recuperare il suo significato originario e il forte legame che tale concetto ha con quello di educazione per porre le basi di un rinnovamento intellettuale che stimoli la motivazione dei giovani ad approcciarsi in modo nuovo, attivo, operativo e costruttivo, nella vita della propria società. E’ nell'educazione oggi, nel rapporto fra i professori e gli studenti, nell'organizzazione della scuola, e anche nel mondo dell'informatica e in quello dell'informazione, che va stimolata come non mai, guardando al futuro, la capacità di coltivare il pensiero libero, di pensare, di rinnovare il sapere, di rivederlo, di ricrearlo. Questo è necessario se si vuole davvero riuscire a portare i giovani a guardare in positivo verso il futuro motivandoli a diventare protagonisti attivi del proprio mondo. 
Bisogna allora impostare in modo nuovo e in prospettiva pedagogica il processo di formazione dei ragazzi di oggi.
E’ necessario partire tenendo conto del mutato contesto storico. Oggi i rapporti sociali sono “tirati fuori” da contesti locali di interazione e riallacciati su archi spazio-tempo lontani e indefiniti e le relazioni sociali sono sempre più spesso stabilite a grandi distanza.
Se si vuole allora permettere davvero ai giovani di sviluppare quel senso di appartenenza necessario alla costruzione della loro identità e di appropriarsi della propria vita, è necessario impostare azioni educative capaci di adattare i saperi globali e internazionali alle caratteristiche e alle necessità locali di spazio e tempo.
E’ necessario affiancare al processo di globalizzazione, che porta con sé il cosiddetto fenomeno del  disembedding (senso di insicurezza) uno, complementare  di regionalizzazione.
Bisogna far si che la rapidità con cui variano le relazioni sociali le situazioni con cui ogni giorno ci si trova a doversi confrontare,  sia compensata  dalla rivitalizzazione di identità tradizionali e locali. Bisogna, infatti, fornire ai giovani punti di riferimento stabili e raggiungibili con cui entrare facilmente in relazione e che permettano loro di acquisire un ruolo nella comunità, bisogna abituarli ad assumere responsabilità e a far valere i propri diritti stimolandoli così alla  partecipazione attiva.
L’intervento della pedagogia deve essere in questo momento capace di conciliare la deterritorializzazione esito della globalizzazione che ha portato a proiettare progetti, aspirazioni, costruzioni sociali verso il globale, con le esigenze delle singole collettività  e comunità. Essa  pertanto, dal punto di vista globale, deve aprirsi alla sfida della formazione di un cittadino globale, nel confronto tra culture e civiltà, mentre,
dal punto di vista locale, deve pensare a pratiche educative che restituiscano ai luoghi la loro capacità di produrre senso per l’esistenza, rivalutando la dimensione della communitas e ancorandosi ai territori come spazi vissuti di organizzazione delle identità, dei saperi, delle relazioni, delle comunicazioni, delle visioni del mondo.

E’ evidente quindi quanto sia necessario che la scuola esca da un’ autoreferenzialità rispetto al mondo sociale e che i quartieri e le piazze delle grandi città tornino ad essere vissuti, recuperando il senso degli spazi in cui si parla, si discute, si gioca, si festeggia .

La pedagogia, in conclusione, deve educare coscienze che siano individuali e allo stesso tempo collettive, private ma allo stesso tempo pubbliche. Essa deve fare rientrare nei progetti educativi e nei programmi, esperienze di partecipazione, di collaborazione e di assunzione di incarichi e di responsabilità, con l’obiettivo di promuovere la massima realizzazione dell’individuo, delle proprie possibilità personali e di rendendolo così attore di cambiamento all’interno dall’organizzazione sociale. Per far questo è necessario ripartire dalla scuola quale “luogo di cittadinanza democratica".
L’organizzazione stessa della scuola, prefigurata dalla legge sulla autonomia , favorisce la responsabilizzazione e la partecipazione degli studenti alla vita scolastica, l’ascolto delle loro proposte, la creazione di spazi adeguati alla crescita democratica e all’esercizio attivo di diritti e responsabilità, la promozione di una cultura del dibattito e della negoziazione e la legittimazione di punti di vista diversi.
Per la politica, di contro, si tratta di accettare la presenza di individui scomodi perché educati alla partecipazione e alla gestione del bene comune. Tutto ciò pone in primo piano l’esigenza da parte appunto della classe politica di avvicinarsi ai giovani colmando la distanza fra le istituzioni e il loro mondo. Essi potrebbero ad esempio provare ad essere più presenti nelle scuole, in modo tale che gli studenti  recuperino fiducia nella politica attraverso la conoscenza, la partecipazione e il buon esempio.

Cfr EURISPES, 7° Rapporto sulla condizione della infanzia e della adolescenza 2001-2006; C. Buzzi, A. Cavalli, A.De Lillo (a cura di), Giovani del nuovo secolo, Quinto rapporto IARD sulla condizione giovanile in Italia, Il Mulino, Bologna 2000

Cfr P. Bertolini, Educazione e Politica, Raffaello Cortina Editore, Milano 2003

Cfr EURISPES, op. cit; C. Buzzi, A. Cavalli, A.De Lillo (a cura di), op. cit. A queste ricerche si farà riferimento ogni qual volta nel presente contributo verranno proposti dati statistici sul rapporto tra giovani e politica.

M. R. Mancaniello, Tra adolescenza e giovinezza. Catastrofe e ricostruzione di sé, in “Studi sulla formazione” n.1/ 2001

Cfr C. Buzzi, A. Cavalli, A.De Lillo (a cura di), Giovani del nuovo secolo, Quinto rapporto IARD sulla condizione giovanile in Italia, Il Mulino, Bologna 2000

Cfr  A. Roberto, I giovani e le nuove forme di partecipazione, il Mulino, Bologna 2005; 

  “(…)Nato ufficialmente nel febbraio del 2003, il Forum Nazionale dei Giovani (Fng) rappresenta attualmente circa 3 milioni di giovani appartenenti a 44 associazioni giovanili diverse, tra cui quelle d'ispirazione religiosa, come l'Azione Cattolica, i Giovani delle Acli, i Giovani Musulmani e l'Unione dei Giovani Ebrei; le associazioni giovanili di partito, dalla Sinistra Giovanile ad Azione Giovani, dall'Udc alla Margherita; i partiti virtuali, come Giovanieuropei; le rappresentanze sindacali (come la Fim-Cisl e la Fabi) e studentesche (Fuci e Studenti.net); le associazioni sportive (il
Csi e la Uisp), educative e ricreative (Agesci ed Arci). La conferenza stampa sarà l'occasione per illustrare il percorso di formazione del Forum Nazionale dei Giovani, ma soprattutto le prospettive sociali e politiche che si potranno aprire con il Congresso, a livello nazionale ma anche europeo. Nel corso dell'incontro con la stampa, verranno altresì presentati
in anteprima i dati dell'Istituto Iard sulla partecipazione e l'associazionismo giovanili (…)”  Cfr “I giovani s’allenano e chiedono una legge quadro , in “Avvenire”, 18. 12. 2004.  

Cfr P.Bertolini, Introduzione al convegno, in A.Erbetta (a cura di), Senso della politica e fatica di pensare, CLUEB, Bologna 2003.

J. Dewey, Democrazia e educazione, trad. dall’inglese, La Nuova Italia, Firenze 1954; Cfr M. Corsi R. Sani (a cura di), L’educazione alla democrazia tra passato e presente, Vita e pensiero, Milano 2004.
Cfr M.C. Galli, Manuale di storia del pensiero politico, il Mulino, Bologna 2001; M.  D’Abbiero, Eros e Democrazia, Guerini Studio, Milano 1998.

“…Paideia: termine greco che letteralmente significa educazione, formazione. La nozione di paideia, intesa come trasmissione di un sistema di conoscenze e di valori, rappresenta uno dei concetti centrali in base ai quali si è articolata, anche ideologicamente, l’immagine del mondo culturale greco …” Cfr Le garzatine, Enciclopedia di Filosofia, Garzanti, Milano 2004.

Cfr P. Bertolini, Educazione e Politica, Raffaello Cortina Editore, Milano 2003

Cfr H. Arend, Vita Activa, trad. da inglese, Milano Bompiani

Cfr Le garzatine, Enciclopedia di Filosofia, Garzanti, Milano 2004.

Cfr E.Berti, (a cura di), Guida ad Aristotele, Laterza, Roma-Bari 2000

Cfr P. Bertolini, La responsabilità educativa, studi di pedagogia sociale, Il Segnalibro, Torino 1996; Cfr D.Demetrio, E.Mancino, Educare a pensare nella adolescenza, in Encyclopaideia n.8, CLUEB, Bologna  lug –dic 2000

Cfr D. Demetrio, Pedagogia e politica. Tempo privato e tempo pubblico, in Antonio erbetta (a cura di), Senso della politica e fatica di pensare, CLUEB, Bologna 2003

Cfr G. Boselli, Dar luogo al formarsi su idee e valori. Saggio breve sulla convivenza civile,  in “Encyclopaideia” n.17, CLUEB, Bologna gen - giu 2005

Cfr Circolare ministeriale del Ministero Pubblica Istruzione, 302 del 1993

Cfr V. Mazzoni, M. Schenetti (a cura di), Educazione e politica. Che fare?, Parole e pensieri dal convegno Cà la Ghironda 27.28 febb 2004,  CLUEB, Bologna 2004.

Cfr Z. Baumann, La solitudine del cittadino globale, trad it Milano Feltrinelli 2000

Cfr E. Morin, I sette saperi della educazione del futuro, Cortina , Milano 2001 ; ID, Una mondializzazione plurale, in Antonio erbetta (a cura di) Senso della politica e fatica di pensare, CLUEB, Bologna 2003

 

Cfr RIFORMA DELLA SCUOLA , Legge 28 marzo 2003, n. 53

Le riflessioni contenute in questo contributo sono state da me elaborate durante il corso  “Impariamo a fare politica”, cui ho partecipato nel settembre 2006, organizzato dalla associazione Encyclopaideia. Direttore responsabile di questa associazione era Piero Bertolini che l’aveva inoltre fondata, insieme ad altri importanti pedagogisti, proprio con lo scopo di dedicare ai giovani uno “spazio fisico e  un luogo culturale” che permettesse loro di dare voce a riflessioni di natura pedagogica, e non solo, sul senso e sul significato della politica. Piero Bertolini credeva molto in questo progetto e ciò è dimostrato anche dalla tenacia e dalla forza con cui partecipava alle discussioni intavolate dai gruppi di giovani durante i seminari e le lezioni del corso. Grazie a lui ho accresciuto il mio interesse per questa tematica e ho capito quanto importante sia il ruolo della educazione e quindi della pedagogia nel dibattito politico attuale. Dedico pertanto al prof. Bertolini questo mio lavoro.

 

 

 

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