RIVISTA INTERNAZIONALE di EDAFORUM
ANNO 2/ N. 8 - 28 giugno 2007
 

INDICE

 

 

 

 

RECENSIONI

C. Covato (a cura di), Metamorfosi dell’identità. Per una storia delle pedagogie narrate,Guerini Scientifica, Milano 2006

recensione di Lucia Intonti

La storia delle donne, e recentemente anche la storia del maschile, le indagini sull’identità di genere, la conoscenza relativa al femminismo e al pensiero sulla differenza sessuale hanno rappresentato fino a questo momento la riflessione e la denuncia più radicale del rapporto fra il potere pedagogico della norma e la possibilità di dare voce ad una soggettività pienamente consapevole.
Molto spesso proprio l’identità sessuata, comunque mai disgiunta da una connotazione di classe, ha rappresentato il luogo privilegiato per una narrazione di percorsi educativi dove l’appartenenza al genere femminile o maschile si è dovuta infrangere in una serie di norme e di pedagogie vincolanti per lungo tempo considerate immodificabili.


A partire da tale prospettiva, il volume si compone di numerosi contributi che ruotano attorno a tre generi di narrazione: le fonti letterarie, il discorso teatrale e quella particolarissima voce femminile narrata dalle ninne nanne che raccontano, indipendentemente dal periodo storico, tracce dei percorsi dell’infanzia, dell’ambivalenza e della metamorfosi dell’amore materno.
Lo scopo di tali contributi è quello di avviare indagini più sistematiche sulle pedagogie narrate e su quanto esse ci descrivono delle identità e, di conseguenza, di storie di rinunce, sconfitte, aspirazioni, violenze dolorosamente subite, ma anche di cambiamenti e metamorfosi.


Riguardo ai testi presi in esame si è concentrata l’attenzione solo su alcuni esempi tratti dalle letterature, dal teatro e dal canto femminile delle ninne nanne, in una prospettiva metodologica tesa a privilegiare l’incontro di competenze diverse, di differenti linguaggi, di esperienze di ricerca già consolidate ma anche di percorsi intrapresi da nuove generazioni di studiose e studiosi.
Si tratta di un dialogo fra saperi senz’altro di difficile realizzazione, ma molto proficuo ai fini della pratica di nuovi percorsi conoscitivi.


Il volume si apre con una sezione dedicata alle fonti letterarie in cui è contenuta una selezione di racconti sulle forme dell’educazione e, allo stesso tempo, di narrazioni contenenti norme pedagogiche che descrivono i molti significati e le svariate fatiche del formarsi dei destini individuali. In realtà si tratta di testimonianze relative alla costruzione di un’identità nel corso di quel complesso e, per certi aspetti, misterioso passaggio dall’infanzia all’età adulta.
Come accade quasi sempre nei testi e nei linguaggi che non s’inseriscono nel sapere ufficiale sull’educazione, affiora il conflitto fra le vincolanti attese sociali, piene di codici di comportamento prefissati, e le aspirazioni di soggetti che, nel corso della loro crescita, finiscono con l’arrendersi al potere delle pedagogie formali e informali intrise nelle esperienze di vita oppure danno voce al contrasto fra sentimenti, regole ed emozioni nel raccontare storie di formazione.
Nella seconda parte vengono prese in esame alcune significative testimonianze teatrali, a partire dal teatro latino di Plauto e Terenzio per giungere sino al teatro del corpo, il mimo, in un excursus essenzialmente finalizzato a rimarcare quanto i rapporti tra teatro, educazione e formazione siano stati molto stretti e interconnessi, nel corso dei secoli che hanno tracciato la storia degli uomini e delle donne. In tutte queste e altre recite dell’identità si sono intrecciate , sulla base di una lettura pedagogica, molteplici dimensioni e sfaccettature formative .
In tal senso si evince, dai contributi sopra citati, che il teatro può costituire, se utilizzato come un mezzo, un’esperienza che oltrepassa il piano estetico per giungere ad un’esperienza fondamentale di vita, capace di cambiare profondamente attori e spettatori: vi è “un’intenzione educativa implicita, latente in tutte le esperienze teatrali. Il teatro educa non solo in senso esplicito, come il teatro didattico o didascalico della tradizione brechtiana, ma nel senso che in esso c’è in gioco un progetto di cura di sé, di formazione di sé, di educazione di sè, di esperienza di sé”( M. G. Riva, p.134).

Alla luce di tali considerazioni, si può affermare che il teatro, inteso come una modalità metaforica di formazione esperienziale, consente di approfondire la formazione di sé.
Particolare attenzione va assegnata ai capitoli dedicati ai canti della culla, che hanno avuto origine da un’iniziativa seminariale su questo tema svoltasi presso l’Università degli Studi Roma Tre.

Dall’analisi delle fonti raccolte nel testo si deduce che le ninne nanne si prestano a svolgere una serie di funzioni: la ninna nanna costituisce per il bambino un punto di riferimento per placare le sue angosce, gli spaesamenti e le inquietudini. Ma, come strumento di interiorizzazione e apprendimento dei processi relazionali, costituisce anche uno spazio di comunicazione tra le generazioni capace di veicolare modelli, stereotipi, attese e destini di genere.
Una lettura più accurata, inoltre, mette in luce che i canti della culla costituiscono un campo privilegiato di indagine non solo per la conoscenza della relazione diadica tra madre e figlio/a ma anche dell’orizzonte di senso della vita femminile e della vita in generale.


Così, le ninne nanne della tradizione popolare offrono uno spaccato storico-sociale della relazione madre figlio/a in un momento privilegiato: “l’accompagnamento verso il sonno e verso l’abbandono delle resistenze e delle paure sia del figlio che della madre”( F. Borruso, p. 196).
Ma, allo stesso tempo, l’icona della maternità, secondo la concezione di winnicottiana memoria, rischia comunque di apparire una maschera che nasconde un’interiorità femminile divisa tra un atteggiamento protettivo verso il figlio, percepito come fragile, bisognoso e totalmente dipendente e il desiderio di liberarsene, quando maggiormente si avverte il peso delle sue richieste continue e pressanti. Il parlare e il cantare al bambino, cullandolo, diviene un mezzo per esprimere la propria ambivalenza di fondo, inserendola in una “cornice narrativa che ne mostra le istanze opposte e assegna uno spazio d’espressione anche a quelle meno confessabili”( G. Bartoli, p. 239).

 


Lucia Intonti
dottoranda di ricerca - Università

 

 

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