RIVISTA INTERNAZIONALE di EDAFORUM
ANNO 2/ N. 8 - 28 giugno 2007
 

INDICE

 

 

 

 

RECENSIONI

Z.Bauman, Modus vivendi. Inferno e Utopia del mondo liquido, Laterza, Roma-Bari 2007

recensione di Severo Cardone

Oscar Wilde scrisse che “una carta geografica del mondo che non comprenda Utopia non merita neanche uno sguardo, giacchè lascia fuori l’unico paese al quale l’umanità approda di continuo. E quando l’umanità vi arriva guarda altrove, e scorgendo un paese migliore, alza le vele e riparte. Il progresso è la realizzazione delle Utopie”. Lo stesso Italo Calvino, nelle “Città Invisibili”, attraverso le parole che Marco Polo rivolge al Gran Kan, ci fornisce una delle definizioni più calzanti sul fine “prefigurativo” e “progettuale” che caratterizza il pensiero utopico: “se ti dico che la città cui tende il mio viaggio è discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla”. E’ facile scorgere tra queste parole una visione dell’Utopia come “viaggio senza fine”, che ha consentito all’uomo della modernità di esplorare e colonizzare il futuro, rendendolo più prevedibile e meno rischioso, proiettandosi verso luoghi e mondi sempre nuovi e diversi. Per realizzare questa finalità l’Utopia si è sempre mossa all’interno di una duplice dimensione: progettuale, il viaggio “ideale” che, partendo dall’osservazione critica della realtà esistente, deve condurre l’uomo a prefigurare mondi migliori, terre “inesplorate” perché visitate dal suo pensiero ma non ancora scoperte; trasformativa, il viaggio “concreto” che deve consentirgli di raggiungere le mete prefigurate, consentendo alla “teoria” progettuale di tradursi in “prassi” operativa finalizzata al cambiamento della realtà.
Nel suo ultimo lavoro Zygmunt Bauman prende spunto da un suo saggio, presentato nel 2005 con il titolo “Living in Utopia”, per descriverci come alcuni “orientamenti” caratterizzanti la transizione dalla modernità solida a quella liquida – l’affermazione dell’era dell’incertezza e dell’insicurezza, la liquefazione dei legami sociali, la precarietà del lavoro, la paura sociale, il processo di individualizzazione della società - siano così interconnessi e pervasivi a livello globale da condizionare e modificare non solo il “modus vivendi” degli abitanti della “post-modernità”, ma anche le finalità e il significato del sogno utopistico che ha caratterizzato la modernità.
Affrontare il tema dell’Utopia significa, pertanto, ripercorrere inevitabilmente la storia del progresso e dell’uomo moderno, dei suoi sogni e dei suoi successi ma anche delle sue illusioni e dei suoi fallimenti. Vuol dire “testare” lo stato di salute di quel “motore ideale” che ha spinto l’uomo e la sua ragione a oltrepassare continuamente i propri limiti e le proprie certezze nel tentativo di immaginare il possibile cambiamento dell’esistente e raggiungere mondi migliori di quelli che viveva, o che probabilmente gli sembravano più affidabili e sicuri.
Se l’atteggiamento dell’uomo premoderno era simile a quello di un “guardacaccia”, orientato a “fare meno danni possibili” per preservare l’equilibrio naturale e divino del mondo dall’ingerenza umana, con l’avvento della modernità e la convinzione che il mondo non stesse funzionando a dovere, il guardacaccia ha deciso di indossare i panni del “giardiniere” sempre pronto a “curare” il mondo dai suoi mali, “potando” i rami secchi, estirpando le erbacce e annaffiando quelle piante che,  secondo il suo modo di ragionare, gli sembravano in grado di abbellire e migliorare il mondo.
Bauman partendo dalla considerazione che le utopie sono nate con l’avvento della modernità e solo nella modernità, con  le sue contraddizioni, hanno potuto sopravvivere, considera “i giardinieri i più appassionati ed esperti fabbricanti di utopie” della storia, ma ritiene anche che il progresso è stato una “caccia” alle moderne utopie e non la loro realizzazione, più una fuga per allontanarsi “dal meno bello del previsto”, da utopie fallimentari, che realizzazioni di quei mondi “perfetti” che l’uomo ha sempre sognato e che lo hanno spinto a “sedersi al tavolo da disegno” della modernità.
Tuttavia l’incertezza e l’insicurezza “endemiche” che forgiano la “modernità liquida” e che orientano costantemente le scelte di vita dei suoi abitanti, sembrano aver trasformato il “pensiero utopico” della modernità, in grado di dilatare le maglie strette della realtà, in un “pensiero adattivo”, rigido e dogmatico, che accettando l’imprevedibilità, il rischio e la paura come nuovi paradigmi o “certezze” esistenziali, sembra aver smarrito definitivamente la sua peculiare capacità di trasformazione dell’esistente. Una visione della realtà così claustrofobica, capace di intrappolare lo slancio utopistico nelle “sabbie mobili” della quotidianità e del pensiero omologante, non è in grado di consentire allo stesso di “traghettare” l’umanità verso orizzonti migliori di quelli attuali, ma semplicemente di garantire al singolo individuo di non annegare nella fluidità e quindi di sopravvivere.
Nella “modernità fluida”, il termine Utopia sembra aver cancellato la sua accezione positiva di eutopia, di “buon luogo”, di orizzonte del “non ancora” verso cui l’umanità deve volgere con costanza il proprio sguardo critico, progettuale e trasformativo, per accettare silenziosamente la sua dimensione più oscura e negativa di outopia, di luogo chimerico, irraggiungibile, di “luogo che non c’è”. Ed ecco che il “giardiniere” si è trasformato in “cacciatore” di prede, pronto a uccidere per diletto o per svago, ad indossare vestiti “mimetici” e “maschere” sempre alla moda pur di allontanare dalla propria vita ogni preoccupazione, ogni responsabilità e ogni coinvolgimento emotivo. La meta di quest’utopia “individualizzata”, non è spazialmente e temporalmente distante e né rivoluzionaria, non conferisce nessun senso o significato “comunitario” al percorso esistenziale, si tratta di una versione “privatizzata”, meramente “funzionale” a quella forma di darwinismo sociale che regola la moderna “società degli individui”.“Vivere un’utopia anziché vivere in direzione di un’utopia” potrebbe essere il motto propagandistico dei “cacciatori” della post-modernità. Vivere da protagonisti un’utopia immortale e senza fine, in grado di distrarre l’individuo dalle sue paure e infelicità quotidiane, così adrenalinica, accattivante e narcotizzante da impedirgli ogni possibile riflessione esistenziale.
Siamo di fronte alla fine dell’utopia?
Secondo Bauman il quesito presenta una duplice risposta: affermativa, se paragoniamo l’utopia dei cacciatori alle nobili finalità “comunitarie” delle teorie utopistiche dei giardinieri; negativa, se la “nuova” versione “privatizzata” dell’utopia non intende prefigurare nessun mondo migliore, nessuna meta comune, ma solo una soluzione a problematiche “individuali” in grado di rendere “l’incertezza meno terribile e la felicità più permanente”. Se, infatti, nella modernità dei “giardinieri” l’utopia ha rappresentato sia il “sestante” indispensabile  per tracciare nuove rotte e sia la “nave” insostituibile mezzo di trasporto per solcare i mari ignoti e approdare verso mondi inesplorati; nella “modernità liquida” il giardiniere ha deposto gli arnesi da lavoro rinunciando al sogno “collettivo” di raggiungere un mondo perfetto, per orientare il suo sguardo e i suoi sforzi verso un obiettivo meno ambizioso e meno orientato al futuro, più “individuale” e “pratico”: consentire al “cacciatore” di sopravvivere nel “presente”, di “rimanere a galla”, evitando le continue e imprevedibili tempeste che lo circondano quotidianamente.
E’ difficile valutare se la terra in cui siamo approdati sia più vicina alla repubblica di Utopia o a Enoch, alla Città del Sole o forse a Babilonia e se quindi la modernità dei “cacciatori” sia più o meno simile all’”inferno dei viventi” descritto da Calvino nelle ultime pagine delle “Città Invisibili”. Tra i tanti dilemmi di cui sembra circondarsi la post-modernità, emerge chiara una certezza: saranno in molti ad “accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più”, come, per chi cercherà di “riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno non è inferno, e farlo durare e dargli spazio”, sarà molto dura resistere al potere pervasivo e persuasivo della “liquidità”, ma forse l’utopia del futuro consisterà propria in questa ricerca, prefigurando nuovi possibili scenari sempre più “solidi” e “stabili”.

 

 

 

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