RIVISTA INTERNAZIONALE di EDAFORUM
ANNO 2/ N.9 - 25 ottobre 2007
 

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La transizione dall’età adulta all’età anziana. O sull’educazione alla vecchiaia

Ladogana Manuela

Se si ha intenzione di trascorrere il resto della propria vita in un altro paese, molto probabilmente si cercherà di conoscerlo il più possibile: allora si leggeranno libri che tratteranno del suo clima, del suo popolo, della storia e dell’architettura. Si parlerà con chi ci è vissuto. Forse si cercherà di impararne un po’ la lingua. La vecchiaia è come un paese straniero. Vi ci troverete meglio se vi sarete preparati ad entrarvi .

 

Tra i fenomeni costitutivi del processo di trasformazione che coinvolge oggi l’assetto sociale dei paesi ricchi e tecnologicamente avanzati, l’invecchiamento della popolazione è sicuramente tra i più significativi. Il calo della natalità e, al contempo, la rapida evoluzione delle conoscenze e delle tecnologie biomediche (con il conseguente incremento delle possibilità diagnostiche e terapeutiche) hanno determinato un progressivo e significativo invecchiamento della popolazione, nonché creato nuove possibili aspettative di vita . Eppure è proprio riguardo a senescenza e vecchiaia che la società occidentale post-industriale mette in luce il suo paradosso: da un lato i progressi della medicina e delle condizioni di vita hanno dilatato il tempo della vecchiaia (e accresciuto il numero di anziani), dall’altro lato, però, il sistema sociale si poggia sui canoni efficientisti e utilitaristi di una ideologia fortemente discriminante - definita da sociologi statunitensi ed inglesi Ageism - che legittima e sostiene una concezione della vecchiaia come età connotata da grave decadimento intellettivo e produttivo, scarsa autosufficienza, assenza di sessualità, e, pertanto, considerata esclusivamente in termini di irreversibili destrutturazioni.
La rarefazione delle amicizie e la solitudine, il restringimento degli spazi di vita, la perdita del lavoro e di qualsiasi ruolo significativo, sia nella società sia nella famiglia, il senso di inadeguatezza e incompetenza verso l’assunzione di nuove responsabilità e nuovi compiti, il decadimento fisico, la malattia e la morte, rappresentano senza dubbio le grandi paure che caratterizzano il passaggio dall’età adulta all’età anziana.
Per quanto possa essere estraniata, la vecchiaia è, però, qualcosa che appartiene profondamente alla condizione umana e va ri-collocata in una più autentica dimensione, individuale e sociale, che dia il senso del diventare ed essere vecchi, esorcizzando paure e incertezze legate ad una fase della vita che non si conosce e, pertanto, non si può interpretare né comprendere.
Questo implica, in prima istanza, l’avvio di un discorso in termini rinnovati sul concetto stesso di vecchiaia - nella molteplicità e varietà delle sue dimensioni e valenze - nella direzione di una re-interpretazione dell’esperienza senile (velocemente avviata al superamento di stereotipi e semplificazioni) che sposti l’attenzione da ciò che si va perdendo con l’età a ciò che si conserva, si potenzia e si stabilizza con il passare degli anni. Peraltro, l’ampliamento della prospettiva con cui guardare all’invecchiamento rende possibile il riconoscimento della specificità della funzione biologica, culturale e sociale dell’età anziana rispetto alle altre età della vita.
In siffatto scenario, la transizione dal lavoro alla pensione si configura come l’esperienza che più  marcatamente contraddistingue il passaggio dall’età adulta alla vecchiaia.
E’ indubbio che l’entrata nell’età anziana viene, oggi, sancita (e spesso sanzionata), in modo brusco e repentino, dal pensionamento e dalla perdita dello status sociale connesso al ruolo di lavoratore. Uscire dal contesto lavorativo può significare, per la persona anziana, essere fuori dal mondo: diminuiscono le possibilità di contatto umano e di relazione; vengono meno, progressivamente, gli incontri con i compagni di lavoro, con gli amici ancora produttivi. Tale passaggio induce molto spesso vissuti di inutilità, di vuoto, di mancanza di prospettive e di risorse, cui non sempre l'anziano è in grado di contrapporre nuove aspirazioni e interessi. Un disagio (un senso di inadeguatezza e incompetenza) sostenuto e rafforzato da una società contemporanea che pone al primo posto l'utilità immediata e la produttività dell'uomo, contribuendo, in tal modo, a destabilizzare l'identità della persona anziana:
“A ben guardare la situazione dell’anziano non è che il sintomo di una più generale malattia sociale, il riflesso della situazione dell’uomo moderno in una società la cui essenziale preoccupazione è la produzione economica indiscriminata piuttosto che l’aumento della produttività creativa, in una società in cui l’uomo va perdendo il senso della propria responsabilità e la forza di ascoltarsi dentro e si aggira estraniato tra le sue stesse creazioni, rifiutato dagli altri uomini, dagli oggetti che usa, da se stesso” .

Una società, dunque, che ci restituisce un’immagine degli anziani non ancora ben definita, dai confini ampi, dalle mille sfaccettature, e che apre, pertanto, interessanti spunti di riflessione (anche pedagogici) sulla necessità, peraltro indifferibile, di un ri-pensamento della vecchiaia come età caratterizzata da nuovi equilibri e da nuove opportunità, e sulla necessità di una diversa modulazione (riorganizzazione) dei “tempi” e “luoghi” di vita dell’anziano in un sistema sociale post-moderno che ha prodotto, da un lato, un allungamento della vita media senza predisporre, dall’altro lato, le condizioni idonee alla sua vivibilità in uno stato di ben-essere.
In funzione di una valorizzazione e riqualificazione dell’età senile, oggi si parla, ad esempio, sempre più frequentemente di pensionamento elastico, al fine di consentire alla persona adulta, da una parte, di prepararsi psicologicamente al distaccato dalla situazione lavorativa attraverso una riduzione graduale dell’orario di lavoro, o con la possibilità di effettuare lavori part-time, consulenze, e, dall’altra parte, di imparare ad abitare un’età di grandi libertà, escogitando creativamente un utilizzo sempre vario e alternativo del tempo libero, sperimentando nuove capacità e competenze, re-inventandosi  ogni giorno.
In tal senso, anche l’evento del pensionamento perde la connotazione categoricamente negativa attribuitagli dal contesto produttivo per configurarsi come un’esperienza esistenziale indubbiamente destabilizzante, sul piano cognitivo ed emotivo, ma, proprio perché critica, generativa di nuovi ruoli. Se è vero, infatti, che la vita (la routine quotidiana) di ciascun individuo, in relazione al pensionamento, si caratterizza per un’espansione del tempo libero disponibile nel presente, è altrettanto vero, al contempo, che tale dilatazione temporale può assumere, negativamente, la configurazione di tempo vuoto, monotono e privo di senso, impossibile da riempire, oppure può trasformarsi, positivamente, in una risorsa per l’identità individuale e sociale, e in una ristrutturazione del percorso di crescita.
La sfida posta alle società contemporanee risiede proprio in questo: nel fronteggiare gli aspetti negativi della vecchiaia e nel rivalutare il ruolo attivo della persona in una prospettiva, innanzitutto educativa, che lasci intravedere ampi spazi di intervento per il perseguimento del ben-essere in età senile.

La scommessa dell’educazione alla vecchiaia
Le problematiche legate alla vecchiaia hanno aperto grandi contraddizioni e novità nelle strutture della società e nella vita di ogni persona. Contraddizioni e novità che non possono non sollecitare la pedagogia - in quanto sapere complesso e plurale, generativo e trasformativo, che attraversa e coinvolge, longitudinalmente, l’intero corso della vita, dall’infanzia, alla giovinezza, all’età adulta sino a quella anziana - ad interrogarsi sulla possibilità di preparare, in termini cognitivi ed affettivi, a vivere la vecchiaia come uno spazio di vita nuovo, aperto ad opportunità prima inimmaginabili del sapere, dell’essere e del fare. Come un’età di libertà tutta da inventare e progettare creativamente.
Peraltro, in uno scenario contemporaneo che produce una dilatazione del tempo libero, acuendo, al contempo, il senso dell’incertezza e dell’insicurezza proprio rispetto a tale libertà, gli interrogativi da cui partire sono molteplici: Quale educazione durante il corso della vita per apprendere ad invecchiare? Quali spazi di intervento e quali pratiche educative per educare all’età anziana? Quale cultura della vecchiaia per una società post-moderna fondata ancora prevalentemente sui valori della produzione e del lavoro?
Diventa ineludibile, in altri termini, comprendere ed interpretare l’età anziana spostando lo sguardo dal cosa fare per le persone a come fare per apprendere ad invecchiare. Uno sguardo, ampio e problematico, che invita a rivedere clichè mentali e comportamentali radicati nella nostra cultura di disinteresse e di emarginazione (educativa prima ancora che sociale) nei confronti dell’invecchiamento e della vecchiaia. E’ da qui che la riflessione educativa si apre a nuove ipotesi interpretative, a inediti e originali percorsi di indagine nella direzione di un modello pedagogico che, superando (anche grazie ai contributi delle altre scienze) i condizionamenti di un’organizzazione stadiale, marcatamente rigida e determinista, del tempo della vita, colloca al centro, del suo pensiero e delle sue prassi educative, il soggetto anziano, attribuendogli significati nuovi, interpretandone le attitudini cognitive, le compensazioni e le strategie utilizzate per fronteggiare situazioni inattese e differenti da quelle affrontate nell’età precedente. L’uomo - e la donna - che invecchiano e procedono, tra salute e malattia, tra destrutturazioni (di ruoli e identità) e strutturazioni di nuove competenze, nuovi rapporti, nuove capacità, tra rischi involutivi e aperture di possibilità, tra perdite e rinnovati guadagni, diviene, così, il soggetto (non più l’oggetto!), consapevole e responsabile, di un percorso di formazione, continuo e ininterrotto, che si pone come fine ultimo lo sviluppo di una personalità aperta e disponibile al cambiamento (nonché ai rischi che inevitabilmente esso porta con sé), a nuove forme di apprendimento inteso come processo permanente di adattamento e adeguamento a nuove condizioni che consente di ri-appropriarsi creativamente del tempo e dello spazio di vita, delle relazioni.
Nell’ambito del percorso evolutivo, la vecchiaia va interpretata come preziosa opportunità attraverso cui percepire il significato, lo scopo e il valore della propria esistenza. Dunque come occasione per realizzare aspirazioni accantonate per anni, per rinnovare i propri modi di essere - in relazione a sé e agli altri - per ridefinire ruoli, appartenenze, identità (percepite all’interno e definite dall’esterno).
L’educazione alla vecchiaia si configura, in tal senso, come nuova frontiera pedagogica, indifferibilmente chiamata a rispondere, con specifiche forme e modalità educative, ai bisogni e le richieste di una fascia vulnerabile della popolazione, nonché a consentire, anche alla persona anziana, di ridefinire ricorsivamente la propria identità, attraverso aggiustamenti e ri-aggiustamenti continui, in direzione di equilibri sempre nuovi.
La capacità di riuscire a realizzarsi durante tutto il corso della vita richiede e richiama, in chiave squisitamente pedagogica, la necessità di predisporre occasioni e contesti formativi stimolanti (dai centri per anziani, alle case di riposo, alle università della terza età, ecc…) in cui la persona anziana abbia l’opportunità di mantenersi costantemente in esercizio fisico e mentale, coltivando interessi, svolgendo attività, creando e ri-creando ruoli sempre nuovi e sempre nuovi spazi nel sociale.
Il problema maggiore riguardo all’invecchiamento della popolazione non è rappresentato, infatti, dal crescente aumento del numero delle persone anziane, quanto piuttosto dalla mancata elaborazione culturale di tale fenomeno. Emerge allora la necessità di avviare e promuovere una pratica educativa (molteplici pratiche educative) che consenta ad ogni persona di strutturare - anche e soprattutto in età senile - la propria identità, individuale e sociale, in una società complessa e del cambiamento. Vuol dire sensibilizzare la popolazione ad acquisire piena consapevolezza delle molteplici dimensioni dell’invecchiamento e della vecchiaia, del valore degli anziani come risorsa vitale per l’intera società. Vuol dire promuovere e rilanciare la solidarietà tra le generazioni, sollecitare ogni singolo individuo e l'intera collettività ad una interpretazione più autentica e positiva della vecchiaia come età potenzialmente ancora ricca di attività e di speranza progettuale.
Peraltro, appare quanto mai evidente che se l’invecchiamento va sempre più configurandosi come cammino evolutivo (si invecchia per tutto il corso della vita), come processo dinamico di modificazioni individuali il cui risultato è l’equilibrio che la persona riesce a costruire tra le molteplici istanze che intercorrono in un dato momento, diviene sempre più urgente acquisire la disponibilità a siffatto mutamento per orientarlo in direzione di una nuova ipotesi di realizzazione di sé affinché nel cambiamento si possano aprire nuove opportunità immaginative. E la preparazione a vivere la vecchiaia, in termini di guadagni piuttosto che di perdite, è tanto più valida se iniziata in età giovanile.
Ladogana Manuela
Assegnista di ricerca, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università degli Studi di Foggia

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B. F. Skinner, M.E. Vaughan, Vivere bene la terza età, Offetvarese, Varese, 1984, pag. 9

Il ternine Ageism è stato introdotto per la prima volta in America negli anni ’60 del secolo scorso, ed utilizzato innanzitutto da economisti e medici del lavoro per definire un atteggiamento stereotipato e discriminante nei confronti della vecchiaia.

F. Pinto Minerva, Educazione e senescenza, Bulzoni, Roma, 1974, pag. 91.

 

 

 

 

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