RIVISTA INTERNAZIONALE di EDAFORUM
ANNO 2/ N.9 - 25 ottobre 2007
 

INDICE

 

 

 

 

MONOGRAFICO

Schema del disegno di legge sull’“apprendimento permanente”: una proposta che appare di basso profilo

Sergio Angori, Università di Siena

 

      Se la volontà di dettare norme in materia di condizioni destinate a facilitare la diffusione ed il consolidamento delle pratiche di lifelong learnig è da giudicare positivamente va detto anche che il testo dello schema di disegno di legge approvato dal Consiglio dei Ministri il 3 agosto 2007, avente per oggetto Norme in materia di apprendimento permanente, si rivela ad una prima lettura su più punti deludente.
      Ci attendevamo una legge-quadro sull’educazione/formazione lungo tutto il corso della vita, una sorta di manifesto di principi e di intenti, che nel mettere ordine in un settore in cui si registrano ritardi, equivoci, incongruenze, sovrapposizioni di competenze delineasse il quadro di riferimento in grado di orientare e dar senso alla complessa e articolata gamma di attività promosse e realizzate in questo campo da più soggetti, in una varietà di contesti (formali, non formali, informali), con finalità, metodologie e approcci diversi. Ci si aspettava, in particolare, l’enunciazione di principi-guida capaci di mobilitare intorno ad un comune disegno progettuale la vasta rete di strutture potenzialmente in grado di concorrere a migliorare il profilo culturale della popolazione italiana adulta e a creare le condizioni per poter guardare con fiducia al futuro.
    Di fronte ad analisi che descrivono un Paese incapace di offrire opportunità di mobilità sociale, di procedere speditamente sulla via dell’innovazione, di “adattare” il proprio modello socio-economico a condizioni diverse da quelle nelle quali è riuscito a produrre buoni risultati nei decenni precedenti c’era da aspettarsi indicazioni che mettessero in evidenza l’importanza dell’”accesso” al sapere, reso possibile a tutti ed in ogni fase della vita, e che sottolineassero la stretta interazione esistente tra sviluppo culturale, sviluppo umano, sociale, economico. Avremmo pertanto apprezzato riferimenti non solo alla necessità di rispondere con processi di re-skilling alle “sfide” prodotte dalle trasformazioni in atto, ma anche all’esigenza di emancipazione e di promozione umana di quanti -  nella società conoscenza - rischiano di trovarsi (o di restare) dalla parte di “coloro che non sanno”, alla necessità di coltivare il consolidamento della democrazia e, primariamente, ad una antropologia, ad una idea di uomo stimato capace di affrontare sia i problemi del nostro tempo quanto di conoscere se stesso, di mettere a profitto le proprie potenzialità, di avvertire la coessenzialità dell’educazione a tutta la vita umana.  
    Lo schema di disegno di legge appena approvato appare invece di basso profilo. Individua nell’“apprendimento permanente” lo strumento “per la realizzazione della persona” (avremmo preferito l’uso del termine “promozione”), oltre che per “la cittadinanza attiva, la coesione sociale, l’occupabilità e la mobilità professionale”. Si sofferma inoltre sulle strategie per rimuovere gli ostacoli che “impediscono l’accesso alle attività finalizzate all’innalzamento dei livelli di istruzione e di formazione e all’acquisizione delle competenze professionali”, rimanendo tuttavia appiattito sulla dimensione della formazione continua, certamente necessaria ma non esaustiva.
   L’obiezione di fondo che crediamo di muovere all’attuale versione del provvedimento è che la “realizzazione” della persona esige qualcosa di più dell’“apprendimento permanente”. L’apprendimento è infatti un “prodotto” del fare e dell’agire, è un portato dell’esperienza, dell’istruzione, dei processi conoscitivi personali; ha come obiettivo l’acquisizione e lo sviluppo del sapere ma, di per sé, non ci dice gran che, ad esempio, su ciò che spinge l’uomo ad incrementare e rivedere costantemente le proprie conoscenze (a cominciare da ciò che alimenta in lui la disponibilità ad apprendere), tanto meno aiuta a discernere il sapere capace di favorire la piena “umanizzazione” di chi apprende o ad individuare il modo in cui disporsi e avvalersi di tale sapere. Rilievi, quelli appena enunciati, tutt’altro che irrilevanti, specialmente se si pensa alle derive di marca efficientistica, funzionalistica, produttivistica cui sono esposte talune delle pratiche di lifelong learning oggi assai diffuse.
   Si dà per scontato che l’apprendimento, qualunque esso sia, giovi alla “realizzazione” della persona. Ma siamo sicuri che ciò accada anche quando esso risponde a logiche di mera performatività, quando si riduce a padronanza di saperi settoriali, quando è alimentato da ragioni ed interessi (dell’industria culturale, degli apparati che gestiscono i percorsi ed i processi di apprendimento, del potere economico o politico) che sfuggono al controllo del soggetto?
    La sensazione che emerge è che si sia preferito rimanere su un piano, per così dire,  pragmatico, descrittivo, tecnico, evitando riferimenti a valori che spostano il discorso sul piano  del senso e del significato dell’apprendere. Senza sottacere poi - e questo ci sembra il limite maggiore dello schema di disegno di legge di cui ci occupiamo -  che l’offerta dell’“apprendimento permanente” appare pensata pressoché esclusivamente in funzione dell’attività lavorativa delle persone. Suo obiettivo prioritario è quello di favorire “l’incontro tra i bisogni di competenze delle persone e quelli delle imprese”. Non sorprende pertanto che anche i provvedimenti ipotizzati a sostegno di esso (potenziamento dei servizi  e dei percorsi di orientamento finalizzati alle professioni e al lavoro, convalida dei saperi acquisiti attraverso esperienze di apprendimento non formale ed informale, certificazione delle competenze, congedi e permessi per la formazione) risentano della parzialità della prospettiva con la quale si è inteso affrontare il problema.
    Ciò che è da imputare alla norma è, in sostanza, l’assenza di una cornice di riferimento o, se vogliamo, la pretesa di fare a meno di confrontarsi con il “convitato di pietra” che si aggira tra le pieghe del testo, e che possiamo indicare nell’educazione permanente, o comunque un un’idea analoga ad essa. Idea, quella di educazione permanente, che nell’Accordo tra Governo, Regioni, Province, Comuni e Comunità montane per riorganizzare e potenziare l’educazione permanente degli adulti del 2 marzo 2000 viene richiamata in premessa al tema affrontato perché considerata ancora (se pur interpretata in modo riduttivo rispetto al suo significato più autentico) “strumento fondamentale” per permettere a tutti i cittadini “una seconda schance”; idea (anzi grande idea) che attualmente sembra invece essere stata rimossa - a nostro parere senza alcun giustificato motivo - dal quadro dei principi utilizzati nella produzione della normativa di supporto alle politiche educative.
    Depotenziando, nella società odierna, il senso dell’educazione si mortificano anche i poteri di autorealizzazione del soggetto. Che vale inserire, in provvedimenti come quello in esame, frequenti riferimenti alla “persona” se poi questa è svuotata dei suoi poteri più peculiari (educabilità lifelong ma anche lifewide, diritto a realizzarsi sia come individuai che come appartenenti ad una comunità, progettualità di sé,   ecc.)?   
   Conclusivamente: se per un verso è auspicabile che ogni uomo possa avvalersi, lungo tutto il corso della vita, delle opportunità di educazione/formazione che gli sono offerte e se va accolta con compiacimento ogni iniziativa che si colloca su questa linea è, dall’altro, incontrovertibile che l’apprendimento presuppone un disegno strategico che lo sostenga. Implica ragioni che, con riferimento al discorso che stiamo facendo, mettano in condizione di rispondere ad alcune domande cruciali: perché apprendere? che cosa apprendere? in vista di quali obiettivi utilizzare gli apprendimenti acquisiti?  
    Ciò che del provvedimento legislativo sopra citato ci lascia perplessi - a parte l’assurdità di non prevedere risorse finanziarie aggiuntive rispetto a quelle oggi disponibili (e che appaiono largamente inadeguate) e il non fare riferimento ai provvedimenti che in materia il MIUR pare intenzionato ad adottare a breve (si veda L’Università per  l’apprendimento permanente. Linee di indirizzo, 17 marzo 2007) - è il fatto che esso, collocandosi nella prospettiva del lifelong learning (nozione impropriamente tradotta da noi, in questo momento, con “apprendimento permanente”, mentre i francesi da tempo adottano un’espressione, a nostro parere, molto più efficace: education et formation tout au long de la vie), viene a risultare mancante, a monte, di un’idea forte di educazione che lo legittimi; di un’idea capace di dar senso, appunto, all’apprendimento lungo tutto il corso della vita. In sostanza, ci sembra che l’apprendimento permanente non possa prescindere da una teoria dell’educazione o, se si vuole, da una dimensione politico-strategica  dell’educazione che, come è stato autorevolmente sostenuto, fornisca i criteri per le scelte che, necessariamente, debbono essere compiute. E’ questo un punto su cui è auspicabile che, nei successivi passaggi per l’approvazione del disegno di legge, si riesca a tornare per  apportare le correzioni e le  integrazioni necessarie.  

 

 

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